Detto questo…

Rosmarino

Detto questo…

Quando anarchismo e comunismo erano ipotesi di modelli sociali storicamente realizzabili stimolarono la produzione di parecchie -mode culturali-.
Le mode culturali sono come la febbre, si avvertono bene quando la temperatura sale e quando la temperatura scende. Fuori di metafora quando le condizioni erano favorevoli alla realizzazione di quei modelli -come all’inizio del secolo scorso-, o quando le condizioni oggettive declinavano -come nel caso dell’occidente industrializzato nel ventennio ’60-’70- si registrava la maggiore influenza di queste mode.

Fino a metà degli anni ’80 l’ipotesi di realizzazione di una società socialista secondo le categorie del ‘900 per quanto scassata, logora e inefficace non era del tutto tramontata -almeno alla periferia del capitalismo-. In seguito c’è stata una morte per consunzione di questa ipotesi, sia pure con colpo di grazia finale geo-politico e tutt’altro che disinteressato.

Ci sono voluti 20 anni per “elaborare il lutto”. Venti anni fatti di relazioni fra persone e volontà di andare oltre. Da un certo punto di vista c’è stato più fermento negli anni del riflusso che in quelli dei movimenti rivoluzionari o presunti tali.
Nel 2001 viene buttato nel cesso gran parte di questo patrimonio di elaborazione e relazione e successivamente viene anche tirato lo sciacquone. Per la gioia di coloro che di quella elaborazione non hanno colto niente e l’hanno vista soltanto come un “pericolo” dentro cui magari mimetizzarsi. Per la gioia di quelli che sono rimasti a galleggiare. Gli ultra-leggeri, che si erano sottratti ad ogni riflessione, i repulsivi ad ogni cura anti-dogmatica. Cioè coloro che per il potere non rappresentavano nessun pericolo. Individui e gruppi con l’ossessione igienica per la propria purezza sono rimasti lì a galleggiare.

Questo è vero soprattutto in Italia dove ogni scena della sinistra, senza eslcudere quella dal basso, è presidiata da nostalgici delle mode culturali o semplicemente nostalgici delle mode tout court.

In Italia ci sono ancora dei comunisti e degli anarchici che di solito usano con parsimonia e pudore i termini -comunismo- e -anarchia- e ci sono pure molti che lavorano per una società più giusta senza bisogno di ricorrere a particolari appellativi. Riconoscendosi comunque in una visione di libertà, fratellanza, uguaglianza.

Per contro il gran numero (relativo) di coloro che si fregiano di questi appellativi invece mi risultano essere -comunistoidi e anarcoidi-. Nostalgici di mode culturali. Ambiscono ad essere la pro-loco del comunismo o dell’anarchia. C’hanno l’applet per le scomuniche sul cellulare. Un reality che non è stato mandato in onda per mancanza di audience.

E non riesco a vedere niente di migliore tra i faziosi-modaioli che si pongono come l’alter di un disturbo bipolare. Che cosa triste assistere allo scontro tra appassionati di mitologia e di fantascienza -con tutto il dovuto rispetto invece per questi generi narrativi-.
Lo scontro tra vintage-politico e ultima moda non è -il nuovo- è solo la schiuma rimasta sul bagnasciuga dall’onda di lungo secolo che si sta ritirando.

Io non sono un nostalgico perché ho un profondo rispetto per la tradizione del movimento operaio e degli straordinari ideali di emancipazione e… Le sedute spiritiche però non mi interessano, né sono interessato alle parole d’ordine -ultimo grido-, oppure alla collezione di frasi fatte autunno-inverno. Che un dogmino sia migliore di un dogma non lo penso. Che un partitino sia migliore di un partito -sia pure travestito da altro- nemmeno.

A me piacciono le persone che sanno distinguere tra visioni ed obiettivi e restano umili anche quando vengono scosse dalle passioni. Le altre semplicemente no. Non mi piacciono. Possono farmi vedere le belle idee che vogliono. Si fa presto a mettere insieme delle idee.. si trovano ovunque; basta ripetere delle frasi, simulare degli atteggiamenti, dire che certe cose ti piacciono e certe altre non ti piacciono… Le idee si raccattano anche da terra. Si copia-incollano da qualcuno che sta simpatico o che esercita un qualche fascino.

Sono stato comunista e nel significato che mi è più caro della parola lo sono ancora.
Mi ritengo libertario. Nel senso che credo che la libertà sia una cosa faticosa, ma insostituibile. Che sia ciò per cui vale la pena correre, realizzare, comprendere, costruire. Un proverbio Zen dice che -la strada che porta al cuore è piena di fango-. Parafrasando, dico che la strada che porta alla libertà è piena di merda. Non è cosa da puri e immacolati/e, da chiassoni, da disturbati, da presuntuosi, da spacconi, modaioli, tribalisti, gruppettari, imbalsamatori, strafottenti, da chi non riesce ad essere nulla di più della quinta colonna di ciò che afferma pubblicamente di disprezzare. Non ci troverei niente di male se costoro lasciassero perdere l’agenda politica e rientrassero nell’ambito della psicopatologia medica in cui potrebbero ottenere senz’altro maggiore sollievo.

Gli -abbasso e alè-, i puri e duri (o duri e puri), i pastori di greggi immaginari, gli egorivoluzionari, per quanto possano pensare di starsene riparati dalle contraddizioni sotto l’ombrello delle affermazioni di principio, oppure al sicuro dietro paraventi intellettuali fatti di meccanismi che solo-loro-hanno-capito, puzzano di merda anche senza aver percorso un metro di via della Libertà.

Il loro tanfo esclusivo li rende perfettamente riconoscibili al pari degli fascisti di cui sono la forma irrealizzata. Il NOI con cui si riempiono la bocca è quello dell’infallibilità sacra e dogmatica e risuona di ambiguità tra un soggetto collettivo e un plurale maiestatis, ma pende inesorabilmente sul secondo termine. Il NOI con cui si riempiono la bocca nasconde un io tanto minuscolo quanto ipertrofico.

A me invece piacciono le persone che hanno una testa e la usano; che si smerdano per dei validi motivi e rinunciano anche a qualche certezza pur di aggiungere un pezzetto di libertà alla realtà di tutti.

Detto questo non voglio risparmiare a nessuno la fatica di pensare.

[GC :::2013:::]

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