Pornomachia I

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Se il mondo non è pronto alla qualità non è colpa mia.
-Lo struzzo-

I. Aperitivo con Debord.

"L'architettura e la pianificazione urbana di megalopoli come Los
Angeles e San Paolo hanno limitato gli accessi e gli scambi in modo così
radicale da impedire i movimenti e le interazioni tra differenti
popolazioni - creando, in tal modo,  una serie di interni rigidamente
protetti e spazi isolati. [...]"
"A questo proposito, a oltre trent'anni dalla sua presentazione
l'analisi di Guy Debord  della società dello spettacolo risulta sempre
più pertinente e urgente. Nella società imperiale, lo spettacolo occupa
uno spazio virtuale, o , più rigorosamente, un non-luogo politico. Lo
spettacolo viene unificato  e diffuso in modo tale che è impossibile
distinguere tra un dentro e un fuori -naturale o sociale, privato o
pubblico. L'accezione liberale del pubblico, lo spazio in cui si agisce
in presenza d'altri, è stato, a un tempo, universalizzato (perché siamo,
in permanenza, sotto lo sguardo altrui, monitorati dalla
videosorveglianza) e sublimato, deattualizzato negli spazi virtuali
dello spettacolo. La fine del fuori è la fine della politica liberale."
[Non c'è più un fuori, Impero, Michael Hardt - Antonio Negri, Bur Saggi,
pag. 179]

Di tutto questo il discorso che più mi rimane impresso è -in presenza
d'altri-... ma non ho delle idee chiare in testa.
Colgo il passaggio da -in presenza d'altri- a -sotto lo sguardo altrui-.
Con la differenza che la videosorveglianza si è spostata sulla retina
degli individui. Cioè dove è sempre stata.

Tutte le volte che apro -La società dello spettacolo- e ne leggo qualche
tesi ho la sensazione di una rivelazione (di una nuova prospettiva) e di
un qualcosa di oscuro che invece non mi si rivela.

La parte che mi ha colpito di più è la prima -La separazione compiuta-.
Nella tesi 29 Debord scrive: "L'origine dello spettacolo è la perdita
dell'unità del mondo [...]. Nello spettacolo, una parte del mondo si
rappresenta davanti al mondo, e gli è superiore. Lo spettacolo non è che
il linguaggio comune di questa separazione. [...]".

La tesi 30 finisce con: "L'esteriorità dello spettacolo in rapporto
all'uomo agente si manifesta in ciò, che i suoi gesti non sono più suoi,
ma di un altro che glieli rappresenta. E' la ragione per cui lo
spettatore non si sente a casa propria da nessuna parte, perché lo
spettacolo è dappertutto."

La tesi 31: "Il lavoratore non produce se stesso, ma produce una potenza
indipendente. Il successo di questa produzione, la sua abbondanza,
ritorna al produttore come abbondanza dell'espropriazione. Tutto il
tempo e lo spazio del suo mondo gli divengono estranei con
l'accumulazione dei suoi prodotti alienati. Lo spettacolo è la mappa di
questo nuovo mondo, mappa che copre l'esatta estensione del suo
territorio. Le stesse forze che ci sono sfuggite si mostrano a noi in
tutta la loro potenza".

Ma cosa è questo spettacolo? Nella tesi 4 Debord fornisce prima una
definizione negativa, poi positiva: "Lo spettacolo non è un insieme di
immagini, ma un rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini".

Nella tesi 34 afferma: "Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di
accumulazione da divenire immagine".

Una sera durante una cena sociale stavo cercando di spiegare o forse di
capire, il concetto di spettacolo a Costanza, che ad un certo punto mi
obiettò: "...sì, però non sono sicura che -lo spettacolo- sia un
concetto così... <<marxiabile>>...".
Bene, almeno un qualcosa che mi fornisce una crepa nella geometria
perfetta di Debord.

E se il motore dello spettacolo non fosse la produzione di una potenza
indipendente che ritorna sull'umano nella forma di una separazione, ma
il desiderio di questa separazione?
In questo senso Debord mi apparirebbe come un geniale ottimista
apocalittico.
Il lavoratore e la lavoratrice che non producono se stessi hanno evocato
questo mondo mediato da immagini come regno della abbondanza astratta?
Come -altro- rispetto ad un mondo reale che non ha mai soddisfatto
interamente l'umano. Come mondo del possibile e anche dell'inappagato.
Prima dello spettacolo non era concepibile cambiare identità cambiando
vestito. Si trattava, al più, di un travestimento. L'eroe spettacolare
ci riesce, purché nessuno vada a controllare come stanno realmente le
cose.
Mi viene da dire che è <<marxiabile>> ma a posteriori.

L'incesto aristocratico delle famiglie regnanti nell'antico Egitto era
speculare al tabù dell'incesto per il popolo. In un certo senso avevano
inventato "la televisione", ma anche lo spettacolo: "una parte del mondo
si rappresenta davanti al mondo". Il -linguaggio comune- di questa
separazione era il linguaggio del potere del faraone.

Il -paradiso- delle religioni teiste era la forma sacrale dello
spettacolo che la riproducibilità della merce ha desacralizzato? O,
magari, lo spettacolo è la forma desacralizzata del paradiso?
La parola -sacro- ha radice indoeuropea, -sac- o -sak-, la traduzione
più accettata è "separato" (La separazione è l'alfa e l'omega dello
spettacolo. G. Debord, tesi 25)
Nel paradiso c'è tutto quello che non otterrai in terra. E' lontano
perché é oltre la vita. Molto semplice, molto funzionale.
Nello spettacolo tutto quello che non otterrai ti ritorna in forma di
immagine ed è rappresentabile in terra. E' qui, ma è lontano.

Lo spettacolo deve pur avere un "sex appeal" che la riproducibilità
della merce e dell'informazione hanno liberato, ma non credo siano state
in grado di produrlo. Una specie di desiderio oscuro, effetto
collaterale e causa al tempo stesso del tempo alienato.

Però mi torna in mente quella volta che Chiara mi portò l'esempio di J.
P. Sartre. Sempre al Centro ero.
A Debord non stava simpatico Sartre. A Sartre non so se stava simpatico
Debord.
Chiara dice: "in fondo è come sosteneva Sartre... anche il semplice
fatto che qualcuno ti guardi incessantemente o in maniera invadente è di
per sé un atto che registri come piacevole perché ti comunica che
esisti."

Insomma avere gli occhi puntati addosso può essere anche piacevole in
tempo di pace.
In tempo di guerra avere gli occhi puntati addosso comunica sensazioni
negative che però conservano qualcosa dell'originale.
Certo lo sguardo delle telecamere è uno sguardo standard. Soprattutto di
quelle attaccate al muro.
Lei ti vede, tu la vedi. Eppure percepisci una asimmetria in questo
scambio.
Ma con tutti questi malviventi che ci sono in giro.
Non dico che non ci sono. Né voglio cercare nessuna scusante a nessun
atto criminale, non mi riesce. Però. Ecco è cambiato tutto così in
fretta. Perché io in fondo sono anche un conservatore. Nel senso che se
viene uno a casa mia e mi dice ho qui il robottino che ti pulisce casa
butta via la scopa. Mah, -vediamo- dico io -non traiamo conclusioni
affrettate e poi: che ne so se domani avessi da ospitare qualche strega
o aspirante tale e volesse provare a volare cosa gli do il robottino? La
scopa la tengo che non si sa mai; il robottino aspettiamo di trovarlo
appoggiato ad un cassonetto. Tanto è questione di poco.-

Alzo lo sguardo dal libro e penso: "ma cosa c'entra..."
Proseguendo trovo solo frasi fuori dal contesto mischiate a parole
illeggibili.
Così:

"L'immagine non è più quello che vedi, ma la paura di quello che vedi.
Inztusia, almariak tere ka na muis. Ezte para korja.
Al centro dell'attenzione. Ulre na moes esli kantin.
Dove è che ci definiamo umani e dove no. Cosa è il nostro lato non
umano. Ez na kera sui datami.
Roba che è importante buttar fuori.
Buttar fuori, buttar dentro evoca gioia. Fisicamente intendo."

E così via...
Poi una pagina vuota. Completamente bianca e la pagina dopo trovo un
nuovo paragrafo.

I. L'androide non defecante.

La dottoressa Eleonor Fustenberger accolse il tecnico della Androidia
Incorporati nella sua nuova tuta aderente in biotessuto color cremisi.
Il tecnico era un ragazzo sulla trentina con un velo di apatia sugli
occhi. Aveva capelli neri ben tenuti ed indossava l'uniforme aziendale
di un blu elettrico acceso.
-Buona sera- disse il ragazzo.
-Buona sera- rispose Eleonor, con una sottile espressione di disprezzo
sul volto, di cui il tecnico non si curò minimamente.
-Sono qui per consegnare l'androide Moes, se può passare il suo badge
identificativo nel pos. Grazie.-
Lo fece con la naturalezza di un gesto abitudinario.
-Vado a prendere Moes-
Pochi minuti dopo era sulla porta con Moes-.
Moes appariva come un uomo giovane molto alto, atletico, dai capelli
biondi leggermente arricciati e sarebbe stato difficile riconoscere che
non era un umano se non fosse stato per una lucidità artificiale della
pelle del volto. Il corpo di Moes era inguainato in una tuta bianca con
delle strisce rosse sulle maniche in simil-biotessuto che metteva in
evidenza la muscolatura ed i vistosi attributi.
-Uhmm, entrate.- disse Eleonor
I due entrarono in casa della dottoressa.
La stanza era spaziosa, pulita, ordinata e molto -vuota-, tipicamente
arredata alla maniera degli orientali. La moda del momento per i ricchi.
-Allora- disse il ragazzo -ho qui la scheda tecnica con gli standard da
lei indicati: altezza, colore della pelle, capelli, occhi, muscolatura,
dentatura... attributi...-
-Cosa c'è le sembra strano?- disse Eleonor stizzita.
-No, si figuri... nel mio lavoro ne vedo di tutti i colori- rispose il
ragazzo con distacco.
-Piuttosto signora Fustenberger...-
-Signorina, prego. Ma mi chiami pure Ele.- per la prima volta Eleonor
abbozzò un sorriso che lasciava trasparire una certa malizia - e lei
giovanotto come si chiama?-
-Alvaro, mi chiami pure Al, se preferisce.- poi continuò -...dicevo
signorina Ele che lei ha richiesto esplicitamente che il modello fosse
privo di ogni connotazione caratteriale e non defecante.-
-Esatto, purché...-
-Sì, c'è tutto scritto.-
-Sa l'ultimo che ho comprato dalla Tulsi Roboti, non era defecante, ma
non aveva neanche l'ano... capisce... se volevo giocare con le
bambole...-  Eleonor si avvicinò al giovane e gli passo una mano sulla
spalla. Accanto a lui si notava che lei era più alta di una decina di
centimetri.
-Capisco signorina- rispose il tecnico senza scomporsi -ma la nostra è
una ditta seria, la Tulsi Roboti sta piazzando sul mercato tecnologia
obsoleta.-
-Ah, terribile...- disse la dottoressa con un sorrisetto invitante messo
lì, e passando la mano fra i capelli del ragazzo.
-Ma mi parli del mio giocattolo... con quello che costa.-
-Sì, il modello Moes è l'ultimo modello di androide domestico messo in
commercio dalla Androidia Incorporati, è un gioiello della tecnologia, i
tessuti sono perfettamente...-
-Sì, lo so... ma mi parli di quello che... secerne il suo corpo.- disse
Eleonor quasi sottovoce avvicinando la bocca all'orecchio del ragazzo,
che sentì chiaramente deglutire, prima di assumere di nuovo un tono
professionale.
-Beh, è in grado di secernere un sudore artificiale, leggermente
profumato e addizionato di ormoni maschili...-
-Sì...- disse la dottoressa Eleonor Fustenberger sfregando il proprio
corpo a quello del tecnico.
-...ecco poi... sì, poi secerne saliva, sì del tutto simile a quella
umana ma... aromatizzata all'anice. Come lei ha chiesto... ma signorina
è tutto qui scritto sulla scheda tecnica.-
-No, me lo dica lei Al, è il suo lavoro.-
-Giusto, giusto...-disse Alvaro -che deglutì di nuovo.-poi secerne urina
di colore verde chiaro e... come richiesto dal cliente aromatizzata alla
menta. Per questo abbiamo dovuto fare delle modifiche, le costerà un po'
più caro...-
-Non importa caro, la qualità si paga. Ma continui...-
-Ecco poi secerne...-
-Sì?-
-Sperma! Sperma sintetico...- disse il tecnico facendo un passo avanti.
-Quanto?!- chiese duramente Eleonor.
-Molto!-
-Molto quanto?!-
-Molto molto... è il modello maxi eiaculatio, signora, cioè signorina
Eleonor!-
-Ummh, che fa scappa?-
-No signorina. Ci mancherebbe.-
-Ah, credevo.- disse Eleonor e si voltò verso Moes che era rimasto
immobile come un manichino al centro della stanza.
Anche il tecnico si voltò.
-Bene controlliamo.- disse Eleonor.
-Cosa?-
-Cosa. L'androide. Cosa vuoi che controlliamo l'aspirapolvere. Che
lavoro fai?-
-Consegno androidi domestici.-
-E quello voglio controllare, l'androide domestico. Capisce?-
-Capisco.-
-Non tu, l'androide. Capisce quello che diciamo?-
-Non ancora, devo attivare la centralina, ma ci vorrà un attimo. Adesso
è in grado di comprendere solo ordini imperativi dalla mia voce. Se
vuole l'attiviamo.-
-Lo farai dopo. Adesso ordinagli di spogliarsi. E voltati.-
-Come?-
-Che la devono attivare anche a te la centralina? Ordinagli di
spogliarsi e voltati! Cosa vuoi stare a guardare. Per chi mi hai
preso?-
Il tecnico sospirò prima di voltarsi e poi disse: -Moes spogliati!-
Mentre la dottoressa Eleonor passava in rassegna il corpo di Moes,
Alvaro non poté fare a meno di notare il videoproiettore tridimensionale
e olfattivo della Tecnokroniks. Un modello molto costoso. Lui non aveva
mai potuto permettersene uno originale e si era dovuto accontentare
della sottomarca vietnamita...
-Tutto a posto. Ti puoi voltare.- disse la dottoressa da dietro le sue
spalle. Così fece.
-Ma è ancora nudo...-
-Certo, capisce solo i tuoi ordini. Digli di rivestirsi... Cosa c'è? Non
hai mai visto un androide nudo? Sarete fatti più o meno allo stesso
modo.-
-Più o meno.- disse il tecnico osservando il membro bionico.
-Cosa dici?-
-Sì, dicevo a parte che il suo corpo è completamente glabro... Moes
rivestiti!-
-Ah, io non sopporto la peluria su un corpo. Detesto il pelo sul
corpo... anzi io detesto...-
-Signorina Ele, le attivo la centralina e poi devo andarmene. Ho
un'altra consegna da fare prima di sera.-
-Già te ne vai? Non vuoi qualcosa da bere?-
-Sì, magari un bicchiere d'acqua.-
L'espressione acida sul volto della dottoressa mutò in un benevolo
sorriso.
-Sai, mio marito mi regalò un modello simile... oggi sarebbe un pezzo
d'antiquariato.-
-Non sapevo che fosse sposata.- disse Alvaro.
-Non lo sono!- di colpo la faccia della dottoressa si trasformò in una
maschera di disprezzo per poi tornare come era prima -Lo ero. Il modello
che aveva comprato mio marito era molto utile per i lavori domestici e
per la difesa...-
-Beh, anche Moes è molto utile per la difesa. La sicurezza è importante
oggi. Soprattutto per una donna...-
-Già, lo diceva anche mio marito... ma conoscendolo dovevo
immaginare..." Sospirò.
-Cosa?-
-...quando vidi la scheda tecnica dell'androide... Avrei dovuto
capire...-
-Cosa signorina Eleonor?-
La dottoressa Eleonor Fustenberger si avvicinò al tecnico e lo prese per
un braccio.
Poi disse con tono concitato, stringendo sempre di più: -Tu sei un bravo
ragazzo lo sento, con te mi posso sfogare... ma vedi lui era.. era...
lui aveva una mente così perversa.-
-Mi dispiace...-
-Non devi dispiacerti! Cosa ne sai?-
-Niente... no niente...-
-Scusa. A volte perdo le staffe, ma sai se penso a quello che... cioè a
quello che ci faceva fare...-
-Cosa?-
-Ma delle cose....-
-Che cose?-
-Ma certe cose. Dio mio certe cose...-
Il tecnico stava cominciando a sudare e il braccio stava diventando
dolorante. La dottoressa se ne accorse e lo lasciò.
-Scusami, sai, i ricordi. Vado a prenderti il bicchiere d'acqua, quasi
me ne ero dimenticata. Continua pure con il tuo lavoro.-
Quando tornò il tecnico stava ancora smanettando su una specie di grosso
telecomando con un display colorato.
-E' a posto. Ancora qualche minuto e sarà pronto per la fase
d'apprendimento. Lo saluti in modo che possa memorizzare il suo timbro
vocale.- disse il tecnico dopo aver svuotato il bicchiere d'acqua.
-Ciao Moes! Benvenuto in casa di Eleonor.-
-Ciao Eleonor. E' per me un onore essere qui.-
-Che carino! Che bella voce che ha.-
-Sì, la nostra ditta ha curato molto l'aspetto vocale... ecco signora
questi sono i "nutrienti" per le secrezioni. E' sufficiente che glieli
dia da bere quando "ha sete". In questo modo non rischia di danneggiare
l'androide... Questi sono in omaggio. Poi dovrà comprarli o ordinarli
direttamente a noi. Mi raccomando non usi sottomarche perché rischia di
danneggiarlo e poi rischia di perdere la garanzia... che è di due
anni...". Poi il tecnico si zitti di colpo, premé un bottone sul
telecomando e l'androide ritornò allo stato di manichino che aveva avuto
fino a quel momento.
-Cosa c'è?- chiese la dottoressa Fustenberger.
-Devo dirle una cosa a proposito di questo androide.-
-Cosa?-
-Non dovrei, ma...- l'espressione del tecnico era divenuta molto seria.
-Ma?-
-Ma è una cosa troppo importante per lasciarla all'oscuro.-
-Allora voglio saperla.- disse la dottoressa non senza stupore.

Così finisce il paragrafo. C'è mezza pagina bianca.
Volto pagina, senza avere per nulla chiaro perché ci siano due paragrafi
iniziali e cosa c'entra la storia dell'androide non defecante con il
libro che ho comprato, ma anche la pagina successiva è piena di frasi in
lingue sconosciute.
Alderac, si na maus elder. Ul te na misa ka momo nante. Ecc.
Accendo il computer, mi collego alla rete e passo alcune frasi
incomprensibili, prese a caso dal testo, a vari motori di ricerca.
Niente. Nessun risultato.
Sembra proprio che non si tratti di una lingua esistente.
Riprovo e ottengo lo stesso risultato. Niente di niente.
Prendo il telefono e chiamo Mattia sul cellulare.

-Oh, pexxo di sugna!
-Ciao sciagura!
-Che mi dici?
-Sai quel libro incellofanato che mi hai venduto la settimana scorsa
-Aspetta...
-Sì aspetto. Quel libricillo della nuova casa editrice che piace tanto a
te.
-Ah, sì. "Aperitivo con Debord al Centro Sociale" di Iarno Casalotti,
Ed. Bebebe Underground.
-Bravo...
-Aspetta, lo so!
-Cosa sai?
-Mi è arrivata una email dalla casa editrice. L'ho letta ieri sera.
Dicono che il programma di impaginazione ha dato in ciampanelle...
l'apro... eccola. Dicono che per problemi informatici c'è finito dentro
un po' di tutto e che le copie distribuite saranno cambiate.
Basta che me la riporti. Già mi ero scordato di chiamarti...
-Sì, ma non mi interessa più "Aperitivo con Debord", ho trovato il
paragrafo di un racconto che volevo continuare a leggere, parla di un
androide non defecante...
-Un androide non defecante? Ah, sì sì, qui dice che in certi volumi c'è
finito dentro il primo paragrafo di "Orgasmi stellari" di Misogina
Komodo, una scrittrice diciottenne di fantascienza erotica di padre
giapponese e madre ucraina che vive sotto falso nome in una città
costiera del nord Africa. Un vero caso letterario...
Dicono che fa parte di una trilogia chiamata "Fluidi vaginali alieni"...
-Interessante.
-Sì, però...
-Però?
-Però esce la prossima settimana. Te lo posso cambiare con quello, ma
devi aspettare...
-Aspetterò la prossima settimana. Se "chi ha capito lo spettacolo non ha
fretta" allora può essere che chi non ha fretta stia iniziando a capire
lo spettacolo.

Gianni Casalini

[Ringraziamenti: Italo Calvino, Antonio Negri, Michael Hardt, Guy
Debord, J. P. Sartre, Karl Marx, Samuel R. Delany, Costanza T., Chiara
C., Mattia C., Lo Struzzo, tutte le ribelli e tutti i ribelli della
visione edonista]

Versione 0.1
(L) Copyleft - Uso commerciale riservato

This entry was posted in Racconti. Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *