Un mosaico

Particolare del mosaico della cabina del mixer. Csa Intifada, Empoli
L’unico esercizio spirituale è vedere le cose così come sono.
Osho -Attraversare il disincanto-

Il bene più prezioso? Un altro essere umano.
Karl Marx

 
G. osserva con la coda dell’occhio i camion che riversano tonnellate di
immondizia in discarica. Lo fa mentre seleziona i materiali dentro il
gasolone e li getta nelle apposite aree dedicate. Ferro, legno e basta.
Il resto in buca. Questa operazione viene vista da molti operai come
un vezzo da studenti.
Di solito si butta tutto. Si fa prima. Si torna a casa prima e prima si
fa la doccia e ci si toglie la puzza di dosso.
La puzza che si sente qui è l’altra faccia della medaglia del profumo
dell’ottimismo che gli intelligentoni della pubblicità annusano nei
luoghi di consumo.
La discarica è un ottimo punto di osservazione della società. E’ un
punto importante. Ci si trova esattamente nel buco del culo della
propria città. Da qui appare chiara una cosa: la società ha la diarrea.

Il corpo della società ha raggiunto il suo apice nel ritorno
all’infanzia dei corpi individuali, quando questi mangiavano e cagavano.
Felici.
Flussi di merce-spazzatura finiscono in enormi buche che poi saranno
coperte e mimetizzate a pratino. Quando tutto va bene.

Una delle frasi più famose di Debord è: "solo chi non lavora vive."
Sui muri nel sessantotto compariva la scritta "Non lavorare mai."
Niente in contrario, solo che non ho capito bene come si faccia a
sfuggire al ricatto salariale. Anche se mi sono sempre mantenuto a dieta
non sono mai sceso sotto la riduzione del danno.
Comunque Debord da questo punto di vista mi appare ottimista. Io direi
che: neppure chi non lavora vive. Cambia il codice a barre che ci
portiamo addosso, rientriamo in qualche altra casella, in un’altra
statistica, adottiamo -tattiche possibili-, senza mai giungere ad una
strategia. Ne uscirei con una tautologia: solo chi vive, vive. Debord
non so se sarebbe d’accordo.

Comunque ad aver lavorato con la spazzatura si possono cogliere delle
opportunità. Per esempio posso offrire un contributo alla teoria della
società spettacolare.
Per me lo spettacolo è la -fretta- che hanno le merci di finire in
discarica.
Debord dice: lo spettacolo è l’altra faccia del denaro: l’equivalente
generale astratto di tutte le merci […]  Lo spettacolo è il denaro
che si -guarda soltanto-, perché in esso la totalità dell’uso si è già
barattata con la totalità della rappresentazione astratta. (tesi 49)
Io direi anche: lo spettacolo è la -fretta- che ha il denaro di tornare
in banca.

Chiaro che sono gli umani ad avere -fretta-. Le merci si direbbe che
hanno una -velocità-. La fretta non è misurabile, è una sensazione. La
velocità si può misurare. Sarebbe un errore pensare le due cose come
separate. Da qualche parte ho letto che la percentuale di merci vendute
in un dato momento che finisce in discarica entro sei mesi è superiore
al novanta per cento.

Una sedia. Prendiamo una sedia di plastica che è appena finita in
discarica. E’ stata gettata perché ha una gamba rotta. E’ una sedia che
non è costata un cazzo perché prodotta in qualche parte dell’estremo
oriente sfruttando manodopera a basso prezzo, con turni estenuanti di
lavoro e tossicità gratuita per chi la produce e per chi si trova nei
paraggi del luogo di produzione. E’ prodotta sfruttando tutte le
esternalizazioni possibili. Il valore d’uso della merce spettacolare è
risibile, ma lo è nel senso che la sua durata è predeterminata. La sua
-qualità- è poca cosa, perché è la sua immagine che viene venduta. Le
merci non possono invecchiare devono morire prima di mostrare la loro
vecchiaia. Come le rockstar prima che inventassero la chirurgia
estetica.
Mettiamo che questa sedia costi 2 euro (dico a caso), se valutassimo
quanto costano delle condizioni dignitose di vita per chi la produce e
la salubrità dell’ambiente in cui viene prodotta questa sedia non ce la
farebbe a -sconfinare-. Cioè ad arrivare ad essere venduta in questa
città e morire in questa discarica.
Ma attraversiamo il cinismo se vogliamo restare umani. Diamo per
scontato che la sfiga abbia colpito queste popolazioni e che stiano
estinguendo a fatica il loro karma negativo e che questa sedia abbia
ragione di costare 2 euro. Bene, il costo di smaltimento di questa
sedia è paragonabile al costo di vendita. Se fosse fatto pagare al
venditore e non al consumatore, tramite le varie e variopinte tassazioni,
questa sedia resterebbe invenduta. E la merce invenduta piange.
Invece questa sedia ha fretta di essere venduta, ha fretta di rompersi
e ha fretta di finire sepolta in discarica. Il suo acquirente ha fretta
di togliersi 2 miseri euro di tasca per investirli in qualcosa che occupa
più spazio, ha fretta di mutare la sua scena con qualcosa che non dura,
in modo che possa mutare di nuovo. E’ la possibilità di mutare il proprio
ambiente che compra insieme alla merce. La merce è sempre giovane, perché
ha la funzione di morire al posto del consumatore.

Sembra contraddittorio. Ma a livello inconscio il principio di non
contraddizione non conta. E’ solo uno strumento che la nostra mente
razionale ha creato. Il capitalismo l’ha capito bene. Chi ne ha proposto
il superamento non troppo o non sempre. -La bandiera del capitalismo
è una bandiera astratta- diceva Pasolini. E aveva ragione.
Però non so quanto ne cogliesse le potenzialità. Cioè uscisse da un
giudizio morale cattolico e comunista.

I samurai. Nell’Agakure (letteralmente: nascosto sotto le foglie), il
manuale dei samurai, si affronta la questione della paura. La cultura
giapponese ha anticipato di molto la psicologia pratica al di fuori del
cristianesimo e del teismo. Uno dei rimedi suggeriti per superare la
paura, ed essendo il rischio professionale del samurai -la morte- questa
cosa è tenuta in gran considerazione, è: gettare via qualche cosa.
La società dello spettacolo diviene la società della paura spettacolare
quando il consumismo non è più centrato sull’acquisto, ma sulla
distruzione di ciò che è stato precedentemente acquistato, in modo che
si liberi posto.
E’ sorprendente la velocità con cui non succede niente.

Lo so anche io che l’ideologia del valore d’uso ha creato più mostri di
quelli che credeva di combattere. Che è stato il veleno sottile con cui
si sono addormentate troppe "coscienze" marxiste e che ha giustificato
la produzione della Trabant mentre a pochi chilometri di distanza si
viaggiava in Mercedes. E che, a tutt’oggi è la stampella di chi propone
utopie archeologiche.
Però, oggi, la Trabant e la Mercedes si sono fuse insieme in una qualche
utilitaria assemblata in vari parti del mondo con pezzi prodotti
dall’estremo oriente all’estremo occidente e che non ha la funzione di
durare più di pochi anni perché entro pochi anni sarà superata da leggi
dello Stato, da incentivi e se questo non fosse sufficiente dalla
pubblicità e dalla accettabilità sociale.
Oggi, lo pseudo-cibo nutre corpi tristi attraverso l’allegria modello
degli spot televisivi. Lo pseudo-divertimento consuma il tempo di
giovani e meno giovani trasformando la vita in una sala d’attesa.
Così aspettando che la Fiat svuoti i propri magazzini, con i soldi dei
cittadini, prima di riconvertire le proprie linee di produzione in senso
"ecologico", il semplice parlare di -contrazione dei consumi- come di un
qualcosa di positivo assume una connotazione quasi -terrorista-.

Il materialismo è una mistica che non sa di esserlo. Per questo non si è
rivelato la soluzione al problema che pure giustamente poneva. Le religioni
sono l’oppio dei popoli. Diceva Marx in una delle frasi più famose del
pianeta.
Ma il problema del chiodo scaccia chiodo è che sempre un chiodo c’è.
Stalin è stato il patriarca ortodosso di questa chiesa materialista.
La forma secolare in cui si è momentaneamente convertita la chiesa
ortodossa.
Il secolo dei lumi, di cui Marx era figlio legittimo, nasceva da un
trasferimento di energia potenziale dai lumi divini ai lumi della ragione.
E’ una potenza religiosa che ha mosso la ragione che dal momento in cui a
pensato di non essere generata da nessuno è diventata tremendamente
irragionevole.

Durante la seconda guerra mondiale la RAF (Royal Army Force),
l’esercito inglese, aveva più aerei che piloti. I piloti di caccia
inglesi volavano molto di più dei loro -colleghi- tedeschi, e per
mantenersi svegli e cercare di salvare la pelle facevano largo uso di
morfina.
A fine guerra i piloti della RAF che non erano morti in battaglia
erano in gran parte morfinomani.
Fu allora che l’industria farmaceutica mise a punto un ritrovato
miracoloso; un derivato dall’oppio: -l’eroina-, che aveva la funzione di fronteggiare
la crisi d’astinenza da morfina (spesso mortale). In breve i morfinomani
divennero eroinomani. La questione non era strettamente farmacologica.

Reddito di cittadinanza.
Chi non compra è un terrorista. Se non cambi l’auto i figli dei
metalmeccanici piangono.
La storia è sempre la stessa. Occorrono più consumatori che salariati.
Salta l’idea Keynesiana di welfare. Oggi è perfettamente normale stare
ad osservare il PIL, come se fosse l’indicatore di un qualche benessere,
e appare perfettamente logico che i soldi che lo stato fa produrre a
credito vadano direttamente alle imprese e non ai consumatori.
Filiera corta del denaro insomma.
Quello di cui si parla poco magari è il perché.
Perché si potrebbe mettere in crisi la produzione dello pseudo-umano;
quella che non conosce crisi anche quando dappertutto c’è crisi?
Cosa garantisce oggi che il consumatore che si riappropria del potere
d’acquisto abbia ancora voglia di mangiare i prodotti della pubblicità
e di ributtarsi nell’economia dell’alienazione? Cosa garantisce al potere
che, dal basso, si continui a produrre il potere (perché è dal basso
che si produce il potere, con buona pace dei lagnoni che pensano venga
dall’alto)?
Niente, neanche i megamiliardi spesi nell’industria dell’imbecillimento.
Il consumismo è una cosa prodotta dagli uomini, per altri uomini. Si
basa su pulsioni che sono nell’uomo, perché se non ci fossero nessuno
potrebbe mettercele. Ha prodotto il suo linguaggio, la sua retorica e
anche i suoi sogni. Ma come tutte le cose è destinato a vivere a
decadere e ad essere superato. Non è un amore eterno, ammesso e non
concesso che ce ne sia uno.
Il consumismo è un’infatuazione che si è trasformata in ricatto.
La società dello spettacolo diventa evidente e si mostra in tutta la sua
estensione perché è giunta al suo margine estremo. Perché vive solo per
accanimento terapeutico?
Chi parla di collasso della società dell’immagine non ha tutti i torti.

E’ la metropoli che è diventata fabbrica ripetono gli intellettuali.
Bene allora il margine estremo non è più il lager, che è stato una
clamorosa sintesi tra i roghi del medioevo e l’industria moderna.
La macchina perfetta di un arcaismo tecnicamente attrezzato.
La parola con cui venivano chiamati gli internati è:  stück  che in
tedesco significa -pezzo-, -componente-. I campi erano di lavoro non di
concentramento,  meglio erano campi di lavoro concentrato. Il prodotto del lavoro era
bruciato dall’economia di guerra. I lavoratori una volta che non erano più
utilizzabili erano bruciati nei forni.
Nella fabbrica-metropoli i campi di concentramento diventano campi di
concentrazione (per usare un titolo di Ottiero Ottieri). La famosa frase: "il lavoro rende
liberi" non è più proponibile, e nemmeno "il consumo rende liberi" che è stata
la frase non scritta da nessuna parte, ma che ci ha accompagnati fino all’avvento
delle tecnologie dell’informazione. Una frase che suona bene è: il lavoro è
necessario al consumo che è necessario all’immagine che è necessaria al consumo che
è necessario al lavoro.
La vita? E’ altrove.

"L'ex-operaio Ebert credeva ancora nel peccato, poichè confessava
di odiare la rivoluzione <come il peccato>. Lo stesso dirigente
si mostrò un ottimo precursore della rappresentanza socialista che
doveva poco dopo opporsi come nemico assoluto al proletariato russo
e internazionale, formulando l'esatto programma di questa nuova 
alienazione: <Socialismo vuol dire lavorare molto>."
[tesi 97 La società dello spettacolo, G. Debord]
Quello che manca in questa considerazione, e che avrebbe allontanato
ogni stupore, è ciò che mi sono sentito dire almeno una volta in ogni
fabbrica in cui ho lavorato: <Se fossi al posto loro, farei peggio di
loro>. Contestare il lusso è un lusso da ricchi.
Riduttivo classificare tutta la faccenda come -cattiva coscienza-.
Certe cose non si dicono agli intellettuali. Gli intellettuali lavorano
in un altro reparto. 
Muratori. Nel lavoro del muratore la fatica è secondaria sennò ci
sarebbero solo manovali. Fra il muratore e il manovale c’è la stessa differenza che
c’è fra Batman e Robin, o per dirla con le parole di un muratore:
"c’è la stessa differenza fra mangiare e veder mangiare".
Il muratore opera una trasformazione in base a conoscenze concrete, ma
quello che fa la differenza fra un bravo muratore e un pessimo muratore è la
capacità di -vedere-.
I muratori sono degli psicologi del lavoro manuale; se sono delle brave
persone usano la loro psicologia in modo etico, se sono dei pezzi di merda vi
auguro di non incontrarne.
Come sempre esistono le gradazioni intermedie.
Quando ci sono da spostare i quintali è molto importante sapere chi si ha
accanto.
Quindi i muratori osservano e hanno un linguaggio tutto loro basato
sull’osservazione dell’altro.
Alla base della psicologia pragmatica del muratore non c’è l’Edipo bensì
il fatto he l’altro, può essere fantastico quanto vuole, ma cercherà di fare il
lavativo quanto può. In un certo senso, per il muratore, l’intellettuale è un capo
mastro ben riuscito, perché sposta solo le parole. Però raramente li hanno in
simpatia gli intellettuali. Invece l’alter del muratore è l’artista. Colui che usa
le mani il minimo indispensabile per creare ciò che è bello, ma ancora solido,
concreto.

-Troppa attenzione.-
-Come?-
-Troppa attenzione, sei troppo concentrato.-
E’ la prima volta che qualcuno mi fa notare sul lavoro che sono -troppo
concentrato-.
Paolo è un muratore originario del sud poi immigrato a Milano e infine
approdato in Toscana.
"Se non delegassimo la massima parte di ciò che facciamo alla
disattenzione, o addirittura, all’inconsapevolezza, non potremmo mettere in atto comportamenti
complessi."
[Giovanni Jervis -Fondamenti di psicologia dinamica]

Fare attenzione a chi chiede troppa concentrazione. Per distrarre qualcuno
bisogna che si concentri su qualcosa di secondario. Questo fa la
televisione.
Così riesce ad impartire ordini. Questo fanno i generali.
Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito, ma quando lo
stronzo indica qualcosa, il saggio gli mostra il dito.
Per dire che non sempre chi cerca di distrarti lo fa per il tuo male e non
sempre chi cerca di concentrarti lo fa per il tuo bene.
Ma questo fa già parte di un altro mosaico.

Gianni Casalini

[Foto: particolare del mosaico alla cabina mixer del CSA Intifada (Empoli);
www.ecn.org/intifada/  :::mosaico di Gianni Casalini, foto Lisa Gelli:::]

This entry was posted in Mosaici. Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *