Soul Kitchen

"Il viaggiatore non ha ancora raggiunto la sua meta finale."

Dal film

Soul kitchen di Fatih Akin. Con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Unel, Anna Bederke, Pheline Roggan.
Commedia, durata 99 min. – Germania  2009.

Ho letto una volta un’osservazione sulla differenza fra opere belle e opere importanti; mi sembra si trattasse di G. Bateson e prendesse ad esempio -la capanna dello zio Tom- come opera importante. E’ passato del tempo e non sono sicuro.
In ogni modo questa differenza mi è rimasta in testa e tutte le volte che osservo un’opera o leggo un libro la tengo presente.

Edoardo Becattini scrive come sottotitolo alla sua recensione su mymovies.it:
"Una commedia furbissima che mescola buoni sentimenti, alta cucina e musica di prima scelta".
La recensione (vale la pena leggerla) è ben scritta e molto critica su questo "tipo di cinema" che Becattini descrive così:

"Akin pone attenzione ai corpi e ai loro bisogni primari: dal cibo al sesso, dall’alcool alla danza (passando per il mal di schiena), così che i suoi personaggi, liberati dalla necessità di affrancarsi dal proprio retaggio culturale, agiscono nel nome di un puro principio di piacere. Allo stesso modo, punta all’occhio e al ventre dello spettatore: costruisce il suo film come un piatto sofisticato di nouvelle cuisine, o meglio, come una playlist di musica accattivante, facendo molta attenzione a creare mediante una serie di gag fisiche una sinergia fra movimenti dei personaggi, movimenti di macchina e ritmo dei brani della colonna sonora. È una strategia molto furba e molto ricercata, elaborata da un regista che ha già compreso le tendenze del nuovo cinema della post-globalizzazione (vedi The Millionaire): le storie che intrecciano società multietniche, una regia dinamica, buona musica e un lieto fine sono destinate a vendere (e incassare) in tutto il mondo."

Trovo quanto scritto da Edoardo Becattini vero, ma inesatto.
Dal mio punto di vista quanto scritto sopra può essere ribaltato.
Se ci fosse un punto di riferimento assoluto che pone un film costruito come una playlist su un piano inferiore ad un opera della nouvelle vague il discorso filerebbe liscio. Io, invece, credo che la realtà non regga nessun finalismo, nemmeno estetico, e che che l’estetica possa, talvolta, essere funzionale al significato, al senso di una comunicazione e che se questo rimanda al bios, al fisico, alla natura, quello che emerge è: l’anima, nel senso più laico e più religioso possibile. Questa unità è persa nella nostra cultura e si ritrova solo in qualche preziosa espressione come, ad esempio, la Soul music americana, che è la vera protagonista del film.
Dal punto di vista bio-politico "Soul Kitchen" è un film importante, quanto da un punto di vista "politico-estetico" può essere considerato un film -furbo-.

Il fatto che il protagonista sia un greco-tedesco (e anche questo può essere visto come una furbata), è significativo per un regista turco-tedesco.
Quello di Akin è un film esplicitamente "easy" e post globalizzato;
è pieno di citazioni, miscelate appunto come in un piatto di cucia melting pot, ma mantiene sempre la propria visione lucida senza mai diventare un polpettone mega-mixato.
Si intrecciano storie che riguardano il bios delle persone in un europa che vive passioni, e non solo tensioni, che fa pesante ormai definire ancora -multietniche-.
Ricorda da vicino le storie e la comicità di Daniel Pennac e anche i
personaggi hanno molto a che vedere con la saga di quest’autore francese, a partire dal protagonista -Zinos- che è parente stretto di quel Benjamin Malaussène che in molti abbiamo letto e amato.
Direttamente o indirettamente la comicità deve molto a Stefano Benni.

Quello di Akin è un film importante perché è un film di un’Europa che cerca un’anima e la cerca a partire dai bisogni primari, vitali, fisici, sensibili.
"Se non ha un’anima non è la mia Europa" sembra dirci Akin… fra patatine fritte e sveltine, fra sfiga e fortuna: quello che conta è sempre il suono dell’anima, la danza del corpo.
L’etimo di -anima- deriva dal greco -anemos-: vento, soffio.
Derivano da -anima- sia -animale-, che -animare, animato-.
Il legame fra queste tre parole è giocato nel film come se si trattasse di una parabola sufi; l’estremamente semplice si fonde con le profondità dell’anima come nelle storie sufi, dove Dio è chiamato -l’amico-… e se l’Europa del nostro tempo ha un poeta sufi, furbo o meno che sia, quello è Fatih Akin.

Gianni Casalini

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