Prima di Genova -2-

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta…

-La domenica delle salme.-
Fabrizio De Andre


[continua da: Prima di Genova -1-]

Prima di Genova due grosse aree della società si trovavano a condividere gli stessi spazi e gli stessi tempi, a mangiare negli stessi luoghi, ad ascoltare la stessa musica, a leggere gli stessi libri e discuterne.
Queste aree non erano nette e definite, ma si potevano  comunque identificare ed erano l’area creativa e l’area politica.
Questo non succedeva da molto tempo.

L’area creativa era quella più giovane ed era figlia del riflusso edonistico degli anni ’80.
Per tutti gli anni ’80 e per buona parte degli anni ’90 sembrava che la contestazione politica, sociale o anche estetica, fosse stata definitivamente sconfitta dal super pompato edonismo dilagante.
Buona parte dell’edonismo reganiano, che aveva fornito una sponda "anti-ideale" per i giovani, mostrava i propri limiti e la vera natura di surrogato e di paccottaglia messa insieme da astuti strateghi dell’immagine e integralisti cristiani già da metà degli anni ’90; e non si parla di avanguardie culturali, ma della società nei suoi grandi numeri.

Una vita conforme all’estetica ufficiale appariva -patetica- anche a persone tutto sommato "normali" per stili di vita e abitudini, e quando un’estetica va in crisi si aprono vie di fuga creative in ogni direzione.
Il trend non era più dalla loro parte; dalla pubblicità, alla televisione fino alle major discografiche tutti andavano ormai a pescare nella controcultura: l’immaginario "ufficiale" si era rivelato una bolla speculativa estetica e aveva fatto la stessa fine del muro di Berlino.
L’edonismo reganiano e le sue "evoluzioni" non fornivano più una gestalt minimamente accettabile una volta tolto l’innesco della guerra fredda.

L’area creativa era costituita da quei "bravi ragazzi" che avevano studiato da bravi ragazzi, si erano fatti un percorso -bello tondo e ragionevole-, ma si erano anche rotti i coglioni e riprendevano, in qualche modo, un filo che si era interrotto con la parte più fantasiosa e marginale degli anni ’70. Talvolta si trattava di una continuità solo estetica o di una rielaborazione dei gusti. Ciò avveniva comunque in forma di ispirazione e non di riverenza.

Nei centri della politica erano presenti soggetti in cerca di rivalsa rispetto ai precedenti movimenti, soprattutto degli anni ’70, e spesso si portavano dietro dei rancori "vintage". C’erano anche coloro che gli anni dei movimenti li avevano annusati, ma erano troppo giovani per viverne la sostanza se non di striscio. La cultura che girava allora  nei centri della politica propriamente detta era già ampiamente superata da vasti strati della popolazione e, in buona parte, anche dai soggetti che si rifacevano a quella cultura. Se ciò può sembrare schizofrenico è esatto.

L’area creativa, per contro, credeva che una volta scoperto che Milano da bere era una panzana e -Drive In- una cazzata, sarebbe stato facile ed anche divertente rovesciare -il sistema-. Qualsiasi cosa si intendesse con questa parola.

L’area politica si scazzava per motivi strettamente politici, ma riteneva utile che ci fosse una massa di idealisti energici e variopinti da guidare contro i veri centri del potere.
Nei luoghi della politica era uno scazzo per "prendere la testa del corteo", ma c’erano anche molti e molte che non si accontentavano di essere il post di qualcosa e il pre di qualcos’altro e sperimentavano nuovi percorsi.

Quindi niente di nuovo?
Tutti pensano di essere superiori a tutti e la piazza che fa da contenitore per tante solitudini  non comunicanti?
Niente affatto, c’era una tensione positiva e se non mancavano i super strateghi che consideravano gli altri un groviglio di confusionari-idealisti lontani dalla scienza e dal verbo rivoluzionario, come non mancavano gli "yuppi-du" che riposti nell’armadio i panni da figlio di papà si atteggiavano a salvatori del mondo, la realtà era fatta prima di tutto di persone che vivevano esperienze trasversali, e la piazza era un contenitore secondario rispetto a quello che stava succedendo nella società.

In Italia c’erano delle specificità.
La prima demografica: le generazioni più numerose (il picco di nascite è del 1971) avevano allora circa 30 anni.
Le ragazze diventavano  protagoniste, in modo naturale e non mediatico.
Poi: i movimenti pacifisti, antinucleari ed ecologisti erano pure cresciuti dagli anni ’80 in poi ed era cresciuta anche un’area cattolica del dissenso.
Insomma tutti quelli che erano -marginalità-  erano andati avanti.
I centri sociali erano una realtà tanto diffusa quanto conflittuale e autoconflittuale che, se pur timidamente si apriva all’esterno.

C’era stata tangentopoli. Tutto un vecchio sistema di potere clientelare era imploso e ancora non se ne era stabilizzato uno nuovo. Questo aveva creato degli spazi liberi per l’espressione fino ad allora mai visti e da allora mai più visti in questo paese. Trasmissioni di satira in prima serata e non si parla di pupazzoni e risate registrate, ma di cibo per l’intelligenza…

Le reti informatiche globali non erano più un’ipotesi della fantascienza, ma una realtà che riguardava aree sempre più vaste del pianeta e si prevedeva non si sarebbe fermata. La realtà di una rete neurale mondiale e lo sviluppo dei processi di condivisione costituivano una novità assoluta piena di aspettative e di prospettive utopico-rivoluzionarie. Forse non del tutto mandate in cantina a tutt’oggi…

La frase che potrebbe riassumere quel periodo (e che in qualche modo coincide con il famoso slogan -Un mondo diverso è possibile-) era: non c’è nessun motivo logico per non cambiare la società. Questa idea era piacevolmente diffusa -soprattutto fra i giovani-, come dicono i giornalisti.

Ho parlato di due aree. Forse sarebbe stato meglio dire che c’era un area della contestazione e due canali.
Un canale strettamente politico e uno estetico-creativo. Dico canali perché erano il tramite, il canale, tra l’area della contestazione e il resto della società (allora c’era ancora qualcosa che si poteva chiamare società).
In generale si può dire che questi due "atteggiamenti" corrispondono a due diversi tipi di mente. La mente politica che -divide-, cerca la divisione, la tensione, il nemico, il diverso e ricompatta le fila dei propri ranghi e la mente creativa che -unisce-, cerca di creare mondi, ma anche generalizza, considera tutti appartenenti ad un grande progetto tende a rimuovere il conflitto.
Anche questa divisione non contiene la realtà, la rende categorica, ma può essere utile. Quantomeno la "indica".

 Per come la vedo io, ciò che succede quando i momenti storici si svuotano di terrore e si intravede un po’ di sole all’orizzonte è proprio la caduta delle rigidità schematiche nella mente degli uomini, rigidità che sono il cuscino comodo del potere. Qualsiasi potere.
Nei momenti storici in cui il presente è il tempo di costruzione del futuro e non solo la reminiscenza del passato, ciò che era rigido diventa sfumato, ciò che era pesante diventa leggero e le contaminazioni diventano protagoniste e portatrici di armonie. Il presente diventa un tempo realmente abitabile.
Questo succedeva prima di Genova 2001, il presente tornava ad essere un tempo realmente abitabile.

Questa è stata l’ultima -epifania- concessa ad una generazione cresciuta nel tempo storico occidentale.
Genova era una mattanza annunciata. Organizzata, voluta ma soprattutto annunciata. Dopo Genova c’era chi parlava di -inizio- in realtà Genova ha significato la -fine- del secolo precedente, del millennio precedente.
Da settembre 2001 questo cambio di marcia sarà chiaro.

Da allora il canale-creativo e il canale-politico continueranno ad essere -creativo- e -politico-, ma cesseranno il loro ruolo di -canale- con una società sempre più pressata, insicura, dispersa, instabile, precaria; la società del terrore. Ognuno riprenderà i propri linguaggi e guarderà con diffidenza l’altro.
La televisione assumerà in modo assoluto il ruolo educativo togliendolo del tutto a scuola e famiglia e omologando i comportamenti giovanili in un polpettone vitaminico di isteria/rassegnazione, evitando così eventuali "brutte" sorprese in futuro.

La salma, l’unica per solo caso, avrebbe mosso tutti i sensi di colpa e il desiderio di accusa di coloro che si trovavano sulla scena o che avevano qualcosa a che vedere con la scena. Era la cifra simbolica di una sconfitta, della perdita della giovinezza; che è la sconfitta per eccellenza.
Il potere mostrava di saper gestire l’universo simbolico e la percezione dei fatti in modo nettamente superiore al passato.
-L’hai ucciso tu!- pronunciato sulla scena dell’omicidio da un poliziotto rimane una delle frasi più precise e drammaticamente evocative che siano mai state pronunciate in un conflitto.

Si sperimentava anche un evento nuovo. Il falso in diretta. L’evento più ripreso, filmato e videotrasmesso nella storia d’Italia veniva falsificato in tempo reale; l’evento stesso forniva il materiale che sarebbe servito per raccontare la sua versione contraffatta.
La gestione del falso. Ciò che ancora oggi la massa dei telespettatori pensa sia accaduto in rapporto ai fatti, alle immagini trasmesse e al montaggio proposto rappresenterebbe una sorpresa se indagato adeguatamente.

La verità sui fatti sarebbe emersa, ma in un tempo sufficientemente lungo da non permettere la giustizia, secondo una pratica consolidata e ormai standardizzata, per cui si può appartenere ad un sistema che accetta e ignora i diritti umani: come un salmone che sta nell’acqua ma ne salta fuori a proprio piacimento.

Non mi dilungo oltre. Non volevo dire molto di più e anche se qualcosa, come sempre, mi sono dimenticato, il succo del discorso credo di averlo espresso.
Non ho parlato di politica, né di contrasti fra correnti, fra istituzionali e non, fra rappresentati e non rappresentati e così via perché non mi interessava. Altri lo hanno fatto e sono in grado di farlo meglio di me. Come non ho parlato di argomenti importanti, e ancora attuali, come il vecchio e il nuovo ordine mondiale, la sovranità alimentare, il debito, le rendite finanziarie, la precarietà sociale ecc. semplicemente perché volevo solo fare un volo su quegli anni e mantenermi nella zona né "oggettiva", né "soggettiva", a quell’altitudine che permette di scattare delle foto aeree che qualcuno, spero, potrà trovare suggestive.

Il mio saluto a chi ha seguito il filo del discorso fino a qui.

Gianni C.

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Carlo Giuliani, 1978-2001
Carlo Giuliani (1978-2001) 
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