Anatomia del nemico

Non sto dicendo che i diritti umani non contano. Sono importanti, ma non sono la lente adatta per capire le grandi ingiustizie del mondo in cui viviamo.”
Arundhati Roy

Un breve post per segnalare uno degli articoli più lucidi e taglienti che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi.
Si tratta de “I fantasmi del capitale” della scrittrice indiana Arundhati Roy. Pubblicato sul settimanale indiano Outlook e in Italia da Internazionale, sul numero 943del 6/12 Aprile 2012. [1]

Il pregio principale di questo articolo è di essere comprensibile senza per questo tralasciare, trascurare o semplificare. Raramente questo stato di grazia tocca gli intellettuali italiani, che considerano pregevole invece essere verbosi con poche idee. Questo non significa che niente possa essere aggiunto o che non siano possibili critiche alle tesi dell’autrice. Tutt’altro, ciò lo rende possibile.

Leggendo l’articolo si capisce che l’India (così come la Cina) è terribilmente vicina e le sue differenze , in un sistema globalizzato, ci permettono di comprendere ciò che non appare chiaro alle nostre coordinate geografiche. L’anello mancante della catena della nostra percezione.

L’articolo di Arundhati Roy recita nell’occhiello: “L’India è controllata da poche famiglie di industriali che si sono arricchite con gli espropri, la corruzione e le privatizzazioni. Ma il capitalismo è al collasso ed è arrivato il momento per gli sfruttati di riprendersi il futuro…”

Anatomia del nemico.
Gli argomenti di cui tratta sono tutti fondamentali per la comprensione del nostro tempo e meriterebbero di essere sviscerati uno per uno. Mi limito in questo post a esporre pochi appunti su una questione che mi sta a cuore: “la gestione del nemico” da parte del potere.

Ho sempre apprezzato la capacità di liquidare con frasi lapidarie questioni all’apparenza ingarbugliatissime. Per esempio: “Quando il Fondo monetario, mettendo in atto i suoi aggiustamenti strutturali, ha costretto i governi a tagliare la spesa pubblica per la salute, l’istruzione, l’assistenza all’infanzia e lo sviluppo, le ong si sono fatte avanti. Privatizzazione Totale vuol dire anche Ong-zzazione Totale.”

L’utilizzo della filantropia, delle fondazioni e delle ong nella gestione delle funzioni del potere è stato esposto ampiamente da svariati autori. [2]
L’autrice dell’articolo non tralascia niente a proposito di questo legame ambiguo, dalle radici storiche alle forme moderne di “gestione delle percezioni”, e la lettura del paragrafo “Ingegneria sociale” è illuminante.

Tento una sintesi personale del discorso, non per esonerare qualcuno dal leggere per esteso il testo, ma per utilità in ciò che intendo dire in seguito.
Il concetto di “gestione delle percezioni” diventa rilevante quando il potere è espressione di un sistema economico che deve promuovere la libertà di scelta nei consumi e nelle abitudini di una parte estesa di salariati, la così detta “classe media” ed escluderne il resto.
In altre parole: deve agire su un doppio binario, quello della repressione militare (a vario livello) e quello della percezione dell’armonia sociale da parte di coloro che gestiscono il loro sudato potere d’acquisto.
Questa divisione non è così netta, esiste come tendenza e appare nitida soprattutto in un paese “emergente” come l’India, in cui la produzione materiale è tutt’altro che “evaporata”. [3]

Il nemico.
Arrivo al punto.
Per il potere la gestione del “nemico” costituisce la “prima scelta” e il contrasto la “seconda scelta”. Credo sia ragionevole affermare che sia la prima che la seconda scelta costituiscono livelli diversi di un piano politico-militare.
Per la mia elaborazione dei concetti è stato utile utilizzare una distinzione lessicale. Cioè la differenza tra il falso-nemico e il nemico-falso.

Considero il falso-nemico, un “nemico” promosso dagli apparati mediali e dal potere per occupare l’area del dissenso e renderla asfittica per idee e soggetti in grado di leggere la realtà e di promuoverne una trasformazione.
Nella promozione di un falso-nemico rientra quindi la certificazione di “pericolo pubblico” da parte degli apparati del potere.
Una volta ottenuta questa certificazione esso è creduto vero dal target per cui è stato pensato e promosso. Nella messa in scena di un contrasto il target è duplice, quello del proprio campo e quello del campo opposto.

Un esempio noto a chiunque è quello di Osama Bin Laden: uno degli esponenti recenti più spettacolari per questa categoria.
Un falso-nemico deve sempre produrre una fortissima intensità emotiva. L’intensità emotiva è la materia prima che il sistema mediale elabora e rigurgita sugli spettatori dei due campi opposti (splitting).

Per funzionare un falso-nemico è necessario che molti lo considerino un vero amico. Questo si vede bene non solo nel’esempio fatto prima, ma in ogni nemico temporaneo promosso dal mediale in cui il soggetto della “promozione”, che sia l’extracomunitario, l’islamico, l’adolescente ecc, pur di raggiungere l’intensità spettacolare del proprio doppio mediatico, può finire in certe condizioni per adottare i comportamenti violenti e irrazionali con cui viene descritto. Essere un nemico è considerato più accettabile che non essere niente. [4]

La categoria “terrorismo” si presta bene a questa elaborazione. Talmente bene che in tempi recenti è stato generalizzato oltre ogni limite così da essere usato nei modi più fantasiosi.

Un nemico-falso, invece, appartiene realmente alla categoria del dissenso “sostanziale” ed esso viene disinnescato con la stessa ragionata passione con cui un falso-nemico viene innescato.

Il potere spettacolare non si limita a dare un senso all’ingiustizia esso vuole gestire il dissenso dall’interno. Qui subentrano i vari meccanismi di sponsorizzazione o ong-zzazione nel caso dei paesi più poveri. [5]

Mentre il falso nemico è da rifiutare integralmente, in quanto prodotto spettacolare del sistema di potere, il nemico-falso ingloba in sé soggetti sinceramente interessati a promuovere un cambiamento e un progresso sociale. Spesso agiscono all’interno di questi spazi perché sono gli unici ancora accessibili sia pure in condizioni limitate.

Su l’importanza di questo meccanismo cito di nuovo Arundhati: “La trasformazione dell’idea di giustizia nell’industria dei diritti umani è stata un’impresa concettuale in cui le ong e le fondazioni hanno avuto un ruolo fondamentale. L’ambito ristretto dei diritti umani consente un’analisi delle atrocità in cui diventa possibile astrarsi dal contesto e biasimare entrambe le parti di un conflitto –i maoisti e il governo indiano, l’esercito israeliano e Hamas- perché violano i diritti umani. L’accaparramento delle terre da parte delle aziende minerarie o l’annessione israeliana dei territori palestinesi si riducono così a dettagli irrilevanti rispetto al discorso dominante. Non sto dicendo che i diritti umani non contano. Sono importanti, ma non sono la lente adatta per capire le grandi ingiustizie del mondo in cui viviamo.”

Evidente è anche l’utilizzo mediale di questo principio: tutti hanno torto quindi possiamo solo fare denunce di principio o rimanere imparziali.

Questo, a mio parere, significa anche che dove la parte più debole di un conflitto, da credito a principi di disumanità o arretratezza sociale in nome della rudezza del conflitto stesso, o delle contrapposizioni identitarie, si espone ad un sabotaggio dall’interno e all’isolamento internazionale. Io credo che “restare umani” abbia valore prima di tutto da parte dell’oppresso, per non validare la propria oppressione. [6] Almeno in questo l’ utilizzo strategico dei temi come i diritti umani da parte del potere può dar luogo a esigenze progressive e, se sufficientemente compreso e agito, ritorcersi contro a chi lo ha usato strumentalmente.

Conclusioni.
Al di là di ogni possibile complotto io rimango convinto che il potere non giochi a dadi.
Pochi hanno capito a fondo la natura duplice di ogni manifestazione del reale al pari di coloro che forniscono le capacità al mantenimento dello stato di cose. Essi sanno benissimo che gestire il dissenso significa agire su molti piani. Due di questi piani sono quelli che meglio rappresentano un pericolo per le elite al potere.

Io chiamo questi piani: la via della solidarietà e la via dell’antagonismo. Quando la radice della solidarietà non sta nell’antagonismo e la radice dell’antagonismo non sta nella solidarietà essi risultano inefficaci.
Lo scopo strategico del potere è agire da lontano per favorire la loro vanificazione reciproca.

Esiste un terzo “nemico” di cui non ho parlato, ma vale la pena accennarlo, almeno per la sua funzione. E’ trasversale alle due vie. Si tratta dei narcisisti e identitari nel campo dell’antagonismo e degli opportunisti nel campo della solidarietà.

Il terzo nemico emerge spontaneamente e rappresenta una sintesi fra il falso-nemico e il nemico-falso. Esso è fondamentale nell’attuazione dei meccanismi disgreganti, così come per mantenere e promuovere la disarmonia fra le due vie qualora la situazione per il potere si facesse critica.

Il terzo nemico è più ingombrante nei paesi in cui è diffuso il consumo e minore la miseria materiale estrema. Gli apparati del potere non devono fare niente di particolare per agire su di esso, dato che esso di “eccita” da solo al momento opportuno.

Affinché niente cambi tutto deve cambiare, lo sappiamo. Sappiamo anche che una parte dello stipendio che è stato fornito alle precedenti generazioni di salariati nella zona del consumo è stato versato per credere al discorso ufficiale. Per farlo proprio. Per confondere l’ideologia con un dato di fatto. In un certo senso un contributo alla credulità. Adesso non ha alcun senso pagare per credere ciò che si ritiene al sicuro di ogni possibile smentita.

La gestione del nemico è uno dei meccanismi strategici che rendono possibile questo abbattimento dei costi di gestione a livello planetario.

Personalmente credo che l’ultima lotta possibile sarà quella per la realtà. Una lotta di una complessità immane e di una semplicità disarmante.

Sul perché chi propone una menzogna abbia sempre uno scarto su chi la rifiuta ci si dovrà interrogare a lungo, anche meglio di come è stato fatto finora, ma questo non esonera nessuno dal dotarsi delle lenti più adatte per capire le grandi ingiustizie del mondo in cui viviamo. Come ci fa giustamente notare Arundhati Roy.

Gianni Casalini
19/04/2012

[1] Consiglio di leggerlo nella versione cartacea. Ho trovato anche traduzioni online però mi hanno lasciato qualche dubbio… Se conoscete bene l’inglese questo è il link originale: http://www.outlookindia.com/article.aspx?280234

[2] Ho trovato interessante in Impero, Michael Hardt/Antonio Negri (2000), il cap. V, parte terza: Costituzione mista.
Dal paragrafo La piramide della costituzione globale: “Secondo alcuni critici, le ONG, in quanto organismi che si pongono al di fuori e contro gli stati, sarebbero compatibili e funzionali al progetto neoliberale del capitale globale. Costoro ritengono che, mentre il capitale attacca il potere degli stati-nazione dal basso, le ONG conducono una «strategia parallela» che agisce ad un livello superiore e che rappresenta il «volto comunitario» del neoliberismo. Da un certo punto di vista non è scorretto affermare che molte ONG agevolano il progetto neoliberale del capitale globale; tuttavia, occorre fare molta attenzione a non ridurne le attività a questa unica funzione. Il fatto di essere non governative (e, talvolta, in opposizione ai poteri degli stati-nazione) non significa che queste organizzazioni siano automaticamente allineate con gli interessi del capitale.”
La questione è trattata da Naomi Klein in Shock Economy (2007). In particolare nel capitolo 5: “Assolutamente non correlate”. Come un’ideologia è stata ripulita dai suoi crimini, viene approfondito il discorso dell’utilizzo strumentale dei diritti umani nell’america latina degli anni ’70. Significativo è il titolo del secondo paragrafo: I paraocchi dei “diritti umani”.

[3] Nei paesi emergenti si arriva alla coscienza di far parte di una classe produttrice provenendo dal basso, cioè dalle classi basse di un’economia tradizionale. Nei paesi post-industrializzati, come i paesi europei, ci si sta accorgendo di far parte della classe sociale dei lavoratori retrocedendo dall’alto. Cioè dalla classe media di un sistema consumistico.

[4] Questo ricorda la caccia alle streghe che ha mandato sul rogo molte donne realmente convinte di essere streghe.

[5] Per analogia con un termine ampiamente usato nel mondo dello spettacolo (con la s minuscola) io chiamo questo meccanismo che comprende sia la “sponsorizzazione”dei nemici-falsi che la “promozione” dei falsi-nemici: casting.

[6] Un meccanismo psicologico piuttosto semplice fa si che, una volta messe le due parti di un conflitto sullo stesso piano, lo spettatore scelga automaticamente quella che gli/le assomiglia di più. Questo spiega, ad esempio, perché lo stato di Israele si dia così tanto da fare per sottolineare la propria “occidentalità”, e, sempre a mio parere, perché Hamas si dia tanto da fare per allontanarla dal popolo palestinese.

 

 

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