Quelli della TV che non hanno il posto fisso

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Sabato sera sbirciando una cronaca locale ho scoperto che Enrico Rossi, il candidato PD per la regione Toscana, ha visitato il frantoio cooperativo dove ho lavorato l’anno scorso durante la raccolta delle olive. Rossi ha inaugurato lo stabilimento nuovo. Fantastico.
I dirigenti hanno affermato che la cooperativa assumerà dieci nuovi stagionali. Fantastico.
Peccato che uno di quei “nuovi” stagionali sia assunto al posto mio. Nel senso che non sono stato richiamato a lavorare quest’anno. Vabbé. Nessuno ti deve spiegare perché non vieni riassunto l’anno successivo. Nessuno ti deve spiegare niente. Se non lavori è perché non sei competitivo. Che vuol dire? Una cippa di minchia vuol dire, ma tanto vale. Infatti non ne ho fatto una questione. Però ammetto che la paginata col politico in voga che taglia i nastri e la notizia delle nuove assunzioni un po’ mi ha fatto girare i coglioni.

D’accordo il posto fisso è noioso, ma tutte queste emozioni non saranno troppe? Mi sono detto. Chi se ne sbatte. Astieniti anche dal commentare mi sono detto. Tanto fanno che cazzo gli pare, mi sono detto. Poi sembra che ce l’hai con qualcuno in particolare, oppure che tieni per l’avversario di Rossi, che invece non so nemmeno come si chiama, mi sono detto.
Insomma peggio per chi ci crede. Mi sono detto.
O forse no. E’ tutto un alibi. Peggio per me che m’attacco al cazzo, mi sono detto. Poi mi sono messo a fare altro e non ho avuto più bisogno di dirmi niente. Meno male.

Oggi per caso mentre aspetto in sala d’aspetto apro un giornale dal nome significativo -Dipiù- (purtroppo nelle sale d’aspetto non hanno riviste pornografiche con sesso esplicito, ma solo riviste pornografiche con sesso implicito e con nomi espliciti. Per dire la decadenza dei tempi.)

Avete presente Dipiù? Fortissimo! Uno di quei clisteri che fanno al cervello degli italiani e, soprattutto, delle italiane. Frammento di quella enorme massa di informazione che gli italiani (e le italiane) con gran foga si infilano su per il cervello, per essere sicuri di non essere toccati da nessun avvenimento reale. Dipiù! Sìììì. Dipiù!!!

Insomma roba da sala d’attesa -altra grossa metafora della precarietà-.
Cosa ci trovo? Un articolo bellissimo. Ho preso appunti sul taccuino. Sfondo blu, lettere bianche. Quelli della TV che non hanno il posto fisso. EBBENE SÌ, ANCHE NOI SIAMO PRECARI (cubitale). …di lusso e dunque senza posto fisso; anche noi viviamo la paura della disoccupazione. (Più piccolo in corsivo e colore giallo).
Sotto: “Nella mia carriera non ho mai avuto sicurezze e per anni sono stata senza lavoro”, dice la Cuccarini – Per non perdere il posto sono tornata in onda un mese dopo il parto, racconta la Volpe.
Poi ci sono delle fotografie tipo fototessera dove compaiono dei personaggi TV con un simpatico sfondo di banconote di varia pezzatura di euri giganti e sotto delle dichiarazioni meravigliose.

Tipo:
LIORNI. Marco Liorni, 46 anni ecc ecc: “Faccio questo lavoro per passione, non per il contratto”.
ISOARDI. Elisa Isoardi, 29 anni ecc ecc: “Essere precari è uno stimolo per dare il massimo”.
VESPA. Bruno ecc ecc: “Ho un contratto di tre anni che viene rinnovato ogni volta, ma non mi sento precario”. (Oh, l’avresti detto che Vespa rilasciava la dichiarazione più ragionevole?)
ANGELA. Piero ecc ecc: “Il mio contratto viene rinnovato di anno in anno”.
Frizzi ci dice anche che: “All’improvviso mi sono trovato senza lavoro e senza stipendio”.

Confido sulla vostra pazienza morbosa ma devo riportare anche l’inizio dell’articolo.

Roma, luglio
Anche nel dorato mondo dello spettacolo esistono contratti a termine, il cui rinnovo è in bilico fino all’ultimo giorno, periodi di disoccupazione, ferie e maternità non pagate e persone lasciate a casa dopo pochi mesi di lavoro. Molti conduttori televisivi, infatti, sono dei “precari”. Certo, va detto immediatamente che si tratta di precari “di lusso”. I presentatori, infatti, nei mesi in cui lavorano guadagnano cifre altissime, che permettono loro di vivere tranquilli anche nei momenti di inattività, e che non sono paragonabili agli stipendi della maggior parte degli italiani. Però anche loro (corsivo mio), quando il rinnovo del contratto non arriva, vivono momenti di angoscia e preoccupazione. Anche lavorare in TV, insomma, secondo molti conduttori, è incerto come le sabbie mobili. Eccetera eccetera…

Mi astengo da ogni facile ironia perché non c’è un cazzo da ridere. Questo è un articolo politico pensato e realizzato con piena consapevolezza dello scopo da ottenere e del metodo per ottenerlo. Uno dei tanti che “il mediale” (diciamo così) fornisce alla massa, mentre l’intellettualità critica (diciamo così) bisticcia su cose varie che ora non mi interessano.

L’articolo meriterebbe una completa e intensa decostruzione. Io però, mi sono limitato a riportare questi pochi passaggi perché penso bastino per riflettere sull’essenziale.

Una cattiva notizia. Come sempre le vedette dello spettacolo stanno lì a raddoppiare col loro dorato mondo, il mondo reale. Più il mondo reale diventa merdoso, più quello dello spettacolo deve apparire dorato. Insegna Hollywood. Negli USA la gente comune non conta un cazzo o, meglio, conta in proporzione al reddito, allora si producono film in cui una strafica, ma sensibile e intelligente, da sola affronta una terribile multinazionale, la porta in tribunale e la fa a pezzi. E tutti vissero felici e contenti.
Questa in sintesi -ma proprio in sintesi- è la società dello Spettacolo. Il mondo viene raddoppiato. Qualcuno vive al posto di tutti. Soprattutto vive al posto tuo.
In Italia non esiste diritto alla maternità? E allora? Milioni di donne possono vivere comunque la maternità delle vedette dello spettacolo. Una maternità ideale, piena di attenzioni, raccontata settimana per settimana sui giornaletti, con un sacco di frasine carine tipo “L’esperienza più bella della mia vita…  grazie alla maternità ho capito…”. Ma chi se ne frega di cosa hai capito! Sei lì soltanto perché milioni di persone si immedesimino nella tua maternità, nel tuo pancione, nella tua immagine prostituita. Tu vivi al posto degli altri. Sei lì per conto dei padroni e basta. Una donna reale i tuoi discorsi non li potrà mai fare. Un’operaia viene assunta se firma una lettera di licenziamento in bianco. Non esiste un reddito di autodeterminazione, non c’è un reddito minimo in questo paese dove i posti clientelari producono debito pubblico a nastro. Questo è il mondo reale.
Fino a qui niente di nuovo.

La buona notizia è che adesso raddoppiano anche la precarietà. Buona? Dirà qualcuno.
Sì buona, perché è il segno di una crisi. La crisi dell’immagine. Qualcosa si sta scollando. Nella pur becera coscienza collettiva questi doppioni immaginari della vita perdono i colpi. Sarà la depressione collettiva, sarà quel che sarà, ma adesso c’è bisogno di dire che anche loro… vivono momenti di angoscia.
Si può essere precari (visto che ormai lo siamo), ma di lusso. Ce la puoi fare, ma non a farcela; farcela a non farcela di lusso!

Il rapper che esce dal ghetto è un’icona e sta lì a rappresentare quello che ce la fa ad uscire dal ghetto, in modo che gli altri ci marciscano per tutta la vita nel ghetto. Ma, si fa credere che esca davvero dal ghetto. Con il sottoproletariato americano (e con tutti i sottoproletariati dell’ex terzo mondo) ha funzionato.

Finora ha funzionato anche con le vedette che rappresentano la classe media virtuale. Ma adesso che la precarietà si presenta come il sistema dominante qualcosa si è interrotto. Chi è arrivato al top ha preso troppa distanza, allora se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto. Così le star devono essere rappresentate come precarie. Ma questo vuol dire che qualcosa si è indebolito.

In pratica la buona notizia e la cattiva notizia sono la stessa notizia. Il dato politico (perché la politica si fa sui rotocalchi, non dove c’è scritto politica) è che si vuole dare la certezza che c’è un binario unico su cui tutti stiamo viaggiando. Si tratta di montare sulla carrozza dorata invece che su quella scassata. Ma il binario è quello, non è contestabile. Ecco.

Io non so dove questa cosa può portare.
Che sia l’inizio della fine del mondo? Di questo mondo. Ma speriamo.

Perché ho scritto questo post? Perché anche io leggo le tante frasucce che circolano sul web… i pensieri positivi si avverano ecc… quindi prima di passare ad un totale trionfo personale (certo inevitabile) mi sono voluto permettere uno sguardo disincantato su un mondo che vorrebbe che io e Frizzi condividessimo gli stessi sentimenti.
No cari. Io scrivo per portarmi a casa ciò che è mio. Fosse anche soltanto un banale giramento di coglioni.

Gianni :::15 ottobre 2012:::

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