So future

Fiume Elsa

So Future!

Sono solo appunti, pensieri a voce alta, riflessioni e proposte sull’economia vista da lontano. Frutto di viaggi in rete, ma nondimeno della lettura dei libri di Marazzi e dell’ottimo -Filosofia del denaro- di G. Simmel, di Naomi Klein, Luciano Galllino e altri… C’è farina del mio sacco, dunque esonero gli autori sopracitati da ogni responsabilità e dagli errori eventualmente contenuti.

Ho estratto alcuni fatti che ritengo vadano maggiormente messi a fuoco rispetto al rumore di fondo. Mettere del tempo -e non solo dello spazio- fra noi e quello che si vuole osservare e poi mettere a fuoco.

Domanda: il sistema economico dei vincitori ha aspettato la vittoria storica per incepparsi?
Risposta: direi proprio di no.

La capacità produttiva totale era già sufficiente alla ricchezza mondiale trenta (forse quaranta) anni fa. Il problema era solo distributivo. La sconfitta di un sistema realizzato “alternativo” ha rilanciato l’ipotesi che il problema non fosse solo distributivo. In altre parole si è affermato un sistema (l’unico) che permetteva la totale espansione tecnologica al proprio interno.

L’emergenza produttiva di un sistema alternativo al capitalismo avanzato non aleggiava sulla società finché restava reclusa dentro il blocco sovietico. La trasformazione in un ipotesi socialdemocratica del blocco andava eliminata per questo motivo. Doveva essere uccisa sul nascere. Liberare la questione dell’improduttività e dell’inefficienza per farne un fantasma planetario era lo scopo -storico- delle manovre geopolitiche successive al crollo del muro di Berlino. Adesso per il fatto di avere eliminato i vinti dobbiamo accettare capricci e crisi -incurabili- del vincitore.

La percezione di una incapacità antropologica organizzativa al di fuori del sistema produttivo dominante. Questo era il trofeo da portare a casa.

Paradosso. La tanto pubblicizzata concorrenza interna del sistema liberale sembra essere stata una forma protetta di liberalismo classico ed era mantenuta dalla concorrenza tra i sistemi economici. Il capitalismo si è sempre nutrito dei fallimenti del collettivismo burocratico, ma dopo aver eliminato quest’ultimo ha assunto la caratteristica di un monopolio ontologico… che minaccia di esplodere. Di fallire. Di incepparsi. Lasciando tutti alle prese con l’abisso (che esso stesso seleziona, produce e struttura di volta in volta come nel caso dell’integralismo religioso).

[A tutt’oggi uno dei blocchi “psicologici” legati all’elaborazione delle alternative è l’immagine assolutamente -arretrata- delle capacità produttive in relazione ai bisogni. Tanto per fare un esempio l’agricoltura industriale produce eccedenze alimentari che hanno il solo scopo di contingentare il mercato e non quello di essere consumate. Si tratta di un’esigenza “astratta”. Quella produzione reale assorbe energia e tempo, ma serve come -potenziale- e -deterrente-. La sua eccedenza non è in relazione col soddisfacimento dei bisogni.
Eppure la percezione di un agricoltura “post-industriale”, cioè svincolata in gran parte dall’industria petrolifera-mineraria, sebbene di maggior qualità e vantaggiosa per il consumatore viene giudicata -incapace- di soddisfare i bisogni dell’umanità. Quando le cose stanno esattamente al contrario. Non sarebbe capace di soddisfare i bisogni della finanza cioè di produrre il triplo del necessario in alcuni luoghi per esportare sotto costo in altri (dumping) e cioè di eliminare la concorrenza -non economica- (economia di consumo).
La percezione della questione è ancora legata alle condizioni e agli schemi di lettura degli anni ’60, in cui si proponeva il dato esclusivamente quantitativo. Questo dato oggi è superato, ma le diseguaglianze distributive hanno lo scopo funzionale di mantenerne la percezione.]

Osserviamo un paradosso ben sapendo che cogliere la natura paradossale di un’ingiustizia non ha di per sé valore liberatorio -ma almeno si produce un discorso che ha un verso e una direzione-.

L’aumentata capacità produttiva richiede minore manodopera ed è talmente potenziata da essere ormai -fuori scala-. Fuori scala anche perché alcune produzioni si sono rivelate incommensurabili alle altre dato il loro contenuto tecnologico.

La capacità produttiva contemporanea richiede la produzione di enormi quantità di moneta. Tale moneta subisce dei cicli brevi o brevissimi e viene capitalizzata da enti finanziari di cui le imprese manifatturiere sono una divisione “accessoria”. Non sembra nemmeno tangere ciò che sta fuori dalla scala alta del sistema economico-finanziario.
Il paradosso è che viene creata enorme quantità di moneta/non-moneta (derivati & Co.) tramite forme di ingegneria finanziaria e questa moneta/non-moneta, che è -moneta speculativa-, viene capitalizzata esplodendo in bolle speculative. La moneta speculativa tossica non circola “sotto”: nello scambio di merci e servizi fra esseri viventi; circola solo in alto, fra entità giuridiche. Esplode in bolle speculative e “assorbe” la moneta più “reale”, realizzando cosi il profitto (rendita) [quanti livelli monetari esistono se si considera il segno astratto scambiabile con valore moneta a corso legale?]. Fra ogni livello e quelli adiacenti ci sono interfacce giuridiche che permettono la convertibilità del valore. Lì c’è possibilità di azione.

Perché questo sistema risulti vagamente sostenibile occorrevano le condizioni di un sistema produttivo eccedente. Adesso ci sono e sono utilizzate per rendere la crisi permanente e la società in una permanente stagnazione deflattiva.
Occorrevano anche le condizioni di un sistema finanziario interconnesso in cui il capitale potesse viaggiare in forma simbolica ad una velocità molto maggiore rispetto a quella che possono raggiungere merci ed individui. Borse e sistema telematico sono un meccanismo ad uso del sistema finanziario qualora fosse necessario il salasso di una economia nazionale. Ricattabilità e subalternità degli stati-nazioni.

Paradosso. Se non fosse emessa falsa-moneta tossica in forma di derivati la quantità di moneta necessaria per fronteggiare la super capacità produttiva renderebbe “tutti ricchi” -pena il blocco del sistema-? Modificherebbe cioè il corpo sociale. Produrrebbe l’espansione di una nuova classe media -non così alleata al capitale- invece che la contrazione… Porterebbe la questione ambientale in primo piano invece che dietro le quinte.

La realizzazione di una rendita speculativa è dunque la realizzazione pratica di un esproprio su scala globale.

Conseguente azzeramento della questione ambientale -produzione incommensurabile significa anche problema ambientale incommensurabile- e dispersione nell’emergenza critica dell’economia-spettacolo.

Quindi si produce molto, si distrugge molto, non si permette l’accumulo da parte delle classi subalterne. Assenza di sicurezza. Iperproduzione ed impoverimento della società. Ipertrofia spossante.

Possibilità di accumulo del tempo differito (sicurezza e certezza per il futuro) soltanto in forma monetaria. Soltanto in modalità -individuale- e non tramite garanzie collettive. Essere sicuri che saremo curati se ci ammaliamo, essere sicuri che i figli riceveranno un’istruzione è -sempre- troppo costoso. Le risorse per questo tipo di -sicurezza- sono state fagocitate dalle risorse per la sicurezza poliziesco-militare oppure destinate ad evaporare, nelle bolle esplosive dei livelli di astrazione maggiore.

Questa non è economia liquida. Caso mai “gassosa”. Sempre di fluidi si parla, ma il livello energetico molecolare è diverso. Un’economia che riesce ad evaporare in tempi ristrettissimi da un luogo fisico ad un altro attraverso un sistema di protocolli telematici ricorda più un gas che un liquido, che ha bisogno quantomeno di dislivelli.

Sul piano sociale questa -incertezza- si è espressa in forma -integrata- rispetto ai due sistemi in antagonismo funzionale dell’epoca precedente: il collettivismo burocratico e il liberalismo democratico. Ciò che ne risulta è una sintesi viziosa tra l’abbondanza del superfluo nella permanente incertezza dell’essenziale. Evoluzione in un sistema integrato della così detta -sopravvivenza aumentata (Debord)- che deve continuare ad avere come sfondo minaccioso la -sopravvivenza pura-.

Se la quantità di ricchezza reale prodotta non risulta su scala globale ormai un problema tecnico, cosa giustifica l’asimmetria distributiva? Proprio il fatto che i soggetti che fanno parte della sfera dell’accumulo (e dell’esproprio) devono -secondo questo principio organizzativo della concorrenza interna- espropriare e ingigantirsi in un continuo conflitto tra “oligarchi” [che su altri piani si assicurano il governo dei territori su cui circolano i loro flussi di merci e denaro tramite la collaborazione].

Il dato di fatto [un assoluto percettivo] che i grandi devono ingrandirsi per “essere competitivi” è il paradigma che giustifica una situazione che pure si presenta come paradossale.

Che fare?
Linee di intervento “dall’alto”; -conservatrici- nel senso che hanno la funzione di riportare “indietro” l’orologio, cioè di posizionarlo in modo che sia possibile di nuovo una qualche forma di coesione sociale opposta alla dispersione. Visione: azzeramento della deriva funzionale imposta dalla globalizzazione.

[Considero la necessità di agire con obiettivi sul campo opposto rispetto alla -visione- in armonia ad una strategia mutuata dal taoismo. Chi vuole rivoluzionare la società in un sistema altamente strutturato deve agire sui meccanismi che ne permettono la conservazione alterandoli “da lontano” -se non si accontenta di essere fenomeno estetico-folkloristico-.]

§ Attacco alle forme estreme di astrazione del valore. Bloccare l’ingegneria finanziaria. Impedire che il debito venga trasformato in credito o in presunto valore. Regolamentazione europea dei mercati finanziari.

§ Abolizione del sistema bancario ombra.

§ Tassazione di tutte le rendite finanziarie, sul modello Tobin tax.

§ Riappropriazione del valore della moneta (senza entrare nel merito tecnico).

§ Secondo alcuni… anche la separazione delle banche commerciali dalle banche d’affari sarebbe cosa giusta e buona.

Questi sono interventi in senso liberale -e sono potenzialmente tutti sabotabili e pseudorealizzabili-; per ora gli unici, insieme alla ridistribuzione in forma di reddito di cittadinanza, che possono alzare un argine alla distruzione del tessuto sociale e al dilagare delle condizioni di ricatto neo-liberiste.

Non sono il primo a dirlo, ma va bene (stai leggendo i miei appunti).

La popolazione deve tornare quantomeno a desiderare di nuovo il proprio tempo vitale piuttosto che essere ridotta ad implorare la realizzazione della propria alienazione. Questo è necessario da qualsiasi punto di vista si affronti la questione.

Intanto.
Intanto coloro che si vantano tanto di avere una visione progressista o rivoluzionaria farebbero bene a iniziare seriamente un dibattito sulla necessità di riappropriarsi dell’economia attraverso forme propositive di autogestione cooperativa che non siano solo marginali o simboliche rispetto all’economia contemporanea e che prevedano nuovi paradigmi anche di simbiosi sociale con meccanismi virtuosi di produzione di ricchezza non distruttiva.
Come farebbero bene a prevedere un campo d’azione legato a tutta l’euro-zona e non solo all’orticello. Come farebbero bene a cercare di proporre forme normative che vadano nella direzione dell’esproprio dei mezzi di produzione qualora le esigenze speculative prevedano lo smantellamento di questi per cause di così detta “forza maggiore”.

Chi ha la capacità di elaborare modelli (anche migliorabili) esca dalla comoda copertura delle agende spontaneistiche e si assuma l’onere -e non solo l’onore- del ruolo intellettuale, cioè di proporre sintesi ed obiettivi, agende e programmi che gettino almeno il seme di un nuovo progetto di società libera basata sul bene comune, piuttosto che prestare slogan a destra ed a manca, oppure nascondersi nella comoda e inutile critica al grillismo.

E che possibilmente lo facciano in un linguaggio comprensibile ad una fascia di popolazione numericamente superiore a quella della ristretta cricca di accademici a cui appartengono. Essere chiari e farsi capire nelle proposte operative, se non da tutti almeno da molti, non è populismo… Anzi se i mostri del populismo sono ancora in giro vivi e vegeti è anche grazie ad un certo elitarismo di cui faremmo volentieri a meno. E non da ora.

[GC :::2013:::]

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