Gallus Sinae

ballerina

Un racconto di: Zucca

GALLUS SINAE
Fu una storia d’amore straziante.
Lui: Baldo e giovane, lesto di mente e di corpo, il ritratto degli dei, figlio del vento e venuto dal sacro, tutti lo chiamavano jamesansjiese te apostrofè (james senza jai e esse, ti apostrofato), [pronuncia: geimsansgees] a simboleggiare l’amore che per lui provavano. Gli amici più intimi si permettevano di togliere direttamente la J e la S e porre la T apostrofata chiamandolo T’AME !! gli altri invece, i conoscenti, lo chiamavano James Sanchez. Versione più spagnoleggiante. Che faceva figo lo stesso.
Lei era una cavalla indomabile, figlia della notte spruzzava fuoco da tutti i pori. I maschi che le se avvicinavano rimanevano stecchiti dalle vampate africane che emanava e si bruciavano per via dei suoi pori. Era attraente come le calamite del frigorifero a forma di hamburger del Mc Donald, ma senza patatine. La chiamavano infatti CalamityAmurNoChips, Calamity per gli intimi. Nochips per gli sconosciuti.
Si videro per la prima volta al “Cafè du Cabaret de Paris”. I loro sguardi si incrociarono e fu come quando il phon entra, con le dovute piroette, nella vasca da bagno. Fu un’esplosione, un’eruzione vulcanica, il “cafe du cabaret” si blocco tutto e lo shock elettrico fu talmente brutale che davvero scattò il contatore, il phon, aveva definitivamente centrato la vasca.
Nel buio james la cercò, come calamitato da una forza sconosciuta. Travolse un pinguino che promise ritorsioni in pinguesco, scivolò poi su una banana stilizzata, simbolo immortale del cabaret francese. Il nostro magico jhonny (forse era solo quasi magia) come abbiamo potuto notare, senza l’ausilio della scoperta di Franklin si muoveva a casaccio e come un gonzo, ciò nonostante riuscì ad avvicinarsi alla femme fatale dall’attrazione calamitosa, che incorociando poco prima il suo sguardo aveva provocato il black-out phonetico. Ne sentiva l’odore ormai, era li vicino a lui, poteva sfiorarla, c’era da aspettarsi di tutto. Dopo la caduta del phon tutto era possibile (come disse Idro Montanelli riferendosi al PCI). La toccò finalmente e sentì che il mondo intorno a loro si scioglieva, stessa sorte toccò agli orologi e con loro al tempo. La stanza guadagnava dai 10 ai 14 gradi kelvin per secondo, Dalì in un angolo se la rideva contento, il pinguino reclamava per il caldo asfissiante accasciandosi esanime sulla banana e promettendo ancora ritorsioni.
Mentre la temperatura continuava a salire, ritornò di colpo la corrente e jamesozzo (precedentemente chiamato jhonny solo per esigenze stilistiche) si trovò tra le braccia la bella Calamity, furono scintille d’amore santo e sagrado. Come uno smeriglio a ferro che taglia le sbarre di acciaio INOX 18.10 delle sbarre dell’infelicità, aprendo la cella dell’ammore, finalmente libero ed incontrastabile. Non si stupì affatto però, quando lei con un guizzo, fuggì dalle sue braccia, smeriglio alla mano, per uscire all’aria aperta. “Fa troppo caldo” penso T’AME. Il pinguino intanto giaceva come un qualsivoglia pollo di rosticceria pakistana e perso il suo carisma cabarettistico, era pronto per l’aggiunta di patate e la rosolatura nel santo-forno-cabaret che l’ammore col suo divampare aveva acceso.
Senza perdere tempo avanzava il prode con un estintore calibro 9 in mano, che utilizzava di tanto in tanto per refrigerarsi le membra. In queste stesse condizioni arrivò all’uscita di emergenza: sudatissimo e mezzo bruciacchiato, mano destra all’estintore, mano sinistra al pollo&patate, recuperato lungo il cammino in una pakistanissima e ardente rosticceria inspiegabilmente edificata su una banana.
Ma eccolo ordunque fuori, lancio dell’estintore su BMW serie 3 colore nero targato Bayone. Il pollo inaspettatamente gli sfugge di mano, il freddo pare averlo rinvigorito, si trasforma in pinguino (ma non era un pollo?) e dopo essersi dichiarato prigioniero politico, promette ritorsioni. Il nostro prode riconosciutane la voce gli porge le sue scuse per l’anterior misfatto: “sa com’è, al buio non l’avevo ben vista”. Il pinguino indignato e stufo spiega le sue ali fantastiche lanciandosi in un volo pirotecnico. Uuuuuuuuuuuuuuuuuuuu. Trac trac. Capriole stellari nel cielo, con le sue ali d’amianto fiammante fende la nebbia componendo la scritta “VA DA LEI” a caratteri tridimensionali, font: Lucida-console. Pinguino old-school. Scuola Linux 0.13.
“Devo smettere di andare da sti cazzi di kebabbari”.”Merda devo sbrigarmi”.
E iniziò così a cercarla, entrò in ogni bar, ogni bettola della città, l’amore lo guidava, si sentiva Mario Bros intento a sfidare un drago di 4 pixel e mezzo, tutto quadratoso, ma cazzuto. Non riusciva a trovarla però, e quando era pressoché disperato e voleva sbattere la testa contro il muro, questo fece, e dalla breccia nel muro creata dal suo indegno capoccione, usci un fungo che lo tramutò in un gigante di google maps, per mezzo di questa tecnica shaolin riuscì ad avvistare la ragazza clikkando sul tasto “satellite” in alto a destra del teleschermo e zommando, ma senza baccalà, la vide definitivamente, piccola piccola nel suo minuscolo appartamento, che piangeva intenta a preparare un chai the e una peperonata. Era il suo momento, il nostro eroe lo sapeva, doveva andare subito da lei. Si appuntò la strada su un foglietto utilizzando il tasto “indicazioni stradali” : terza a sinistra, seconda a destra, place du theathre dritto. E uscì nella notte senza timore.
E il fungo?
Ma non era gigante?
Ma scusa come ha fatto a…
MA MA MA
MA CHE ME FREGA A ME ?? adattatevi.
Insomma scese di casa e si perse a velocità supersoniche nei vicoli di Paris. Un solo pensiero gli arrugginiva la testuggine. Raggiungere la sua amata, farlo velocemente, perché questa scintilla che è l’amore, se non ravvivata subito, non avrebbe potuto divenir fuoco che divampa e di conseguenza focolare che scalda la vita. Insomma si voleva piazzare il marpione.
Bene giunti a questo punto non so come dirvelo, ma tutto si precipitò capitolando. Trovò finalmente la casa della bella, ma pensò che non voleva disturbare, rifletté sull’amore durante il cammino e giunse a conclusione che in fondo esso altro non è che vanità e perciò non ne valeva la pena. Lei nel frattempo aveva smesso di piangere per la cipolla della peperonata e si stava facendo una ceretta. Fu così, cari i miei romanticoni, che ognuno rimase a casa sua. Senza amore e con dolore. Soprattutto per la ceretta.
Il nostro eroe in seguito decifrò la morale di questa storia assurda che lo aveva investito: “se vai dal kebabbaro a prendere il pollo, prendi sempre il più cotto che trovi.”

Zucca

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