Il numero 200

Sammy Slabbinck, Sail Away 2013

Il numero 200.
di: Gianni Casalini

A volte non ho voglia di scrivere. Anzi lo confesso, quasi mai ho voglia di scrivere. Se non fosse che ci sono delle cose che in qualche modo devo raccontare non lo farei. E’ talmente faticoso. E poi è una cosa talmente impopolare.
Io non sono un fenomeno virale. Non sono popò-lare. Se non avessi l’urgenza di raccontare cose me lo risparmierei del tutto di scrivere. Non lo so chi le legge le cose che scrivo, ho pochissimi feedback. Quelli che ho mi danno una soddisfazione enorme.
Ritengo che la maggior parte di coloro che leggono roba in rete abbiano da fare cose più easy che leggere questo blog. Tipo confermarsi le proprie idee o rilassarsi. Tutte cose legittime.
Ci sono poi fatti che sono -nascosti- e dei bravi giornalisti li cercano, li scovano e ci mettono al corrente di questi fatti. Questi giornalisti hanno di solito l’apprezzamento del pubblico, compreso il mio. Il loro lavoro è importante.
Io non sono un giornalista. Parlo solo di cose evidenti. Invisibili alla vista per la loro evidenza.
D. F. Wallace, nel suo capolavoro Infinite Jest mette in bocca ad un harleysta associato ad un gruppo di Alcolisti Anonimi la seguente barzelletta (cit. A memoria tanto è una barzelletta): c’è un pesce che la mattina incontra altri pesci e dice loro -Ciao, come va? Come è l’acqua oggi?- Quelli lo guardano e rispondono -Che cazzo è l’acqua?-.
Casomai io fossi qualcosa, sarei quel pesce.
Quindi io scrivo per chiedervi come è l’acqua oggi e anche per un altro motivo: per lasciare un mio punto di vista dei periodi che ho vissuto. Non è esattamente per dire io c’ero. E’ per dire io c’ero e ho visto questo e quest’altro.
Perché?
Credo che sia per il fatto di avere un occhio ben allenato, risciacquato nel disincanto di generazioni… un occhio che ha visto quasi sempre cose molto diverse da quelle che, sento dire, dovrei aver visto.
In un altro modo di esprimersi questa cosa la potremmo definire: divergenza delle narrazioni. In ogni caso penso ci siamo capiti.
Visto che tornare a prima della riproduzione dell’immagine ha le stesse possibilità di successo di instaurare una qualche dittatura fondata sulla giustizia. Cioè zero. Acquisisco immagini e cerco di decostruirle. Nella società dell’immagine dovremmo essere capaci di aprire un’immagine e guardarci dentro (non solo da un punto di vista pubblicitario) meglio di come sappiamo scrivere un sms. Invece no, per lo stesso motivo per cui i pesci di cui sopra non sanno che cazzo è l’acqua.
Come dice Hal: -per quel che vale- io vi racconto cosa ho visto. E modestia a parte credo di avere già, allo stato attuale, registrato nei post di questo blog una moltitudine di punti di vista divergenti dall’ordinario o dal main stream.
Ho pochissima fiducia nei contemporanei, a torto o ragione, e voglio sperare che qualcuno di questi punti di vista, anzi parecchi, in un futuro possa essere usato da altri per ri-leggere questi tempi.
Parafrasando Pasquale Paoli, il padre dell’indipendenza corsa che amava ripetere: -io appartengo interamente al passato.- direi che scrivo cose che appartengono interamente al futuro. Anche quando parlo di cose già successe.
Volevo parlare di una di queste cose, ma credo di potermi fermare qui e di rimandare ad un altro post. Io sono già stanco di scrivere e di sicuro voi lo siete di leggere. Questo è il post numero 200 e fuori è una bella giornata di sole.

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