Il fondo monetario internazionale e gli anarco-narcisisti

“Io mi concentravo sulla politica: azioni di massa, andare a Bisho [sede di uno scontro campale tra manifestanti e polizia], gridando: -Quelli se ne devono andare!- Ma non era quella la vera battaglia: la vera battaglia era quella per l’economia. E a me dispiace davvero essere stato così ingenuo. Credevo di essere politicamente maturo, abbastanza per comprendere i problemi in gioco. Come ho fatto a perdermi questo?”

Gumede; giornalista sudafricano e attivista.

(Tratto da -Shock Economy; Naomi Klein-)

Visto che si parla di indignazione  voglio esprimere la mia senza tanti giri di parole cercando di utilizzare la SINTESI e tralasciando la SEMPLIFICAZIONE, per quanto è nelle mie capacità.

Anche io come molti altri sono sceso in strada a Roma il 15 di Ottobre 2011 per manifestare disapprovazione nei confronti di un sistema finanziario che può essere a pieno titolo inserito nelle categorie dello sciacallaggio e dello strozzinaggio su scala planetaria. Un sistema che sta costruendo e pilotando crisi “economiche” con l’utilizzo del terrore e dello shock e ha le sue armi nella potente istituzione della borsa e nelle politiche monetarie del meccanismo bancario. Anche io sono sceso in strada perché mi sono rotto i coglioni della formula comunemente accettata nella nostra società di offrire la soluzione dei macro-problemi agli stessi che li creano.

Consapevole anche che quelle “soluzioni”, una volta applicate, assumono il dogma dell’irreversibilità e lasciano sul terreno scie di sangue, morte e disperazione individuale e collettiva e, visto che si tratta di decisioni “tecniche”, nessun responsabile.

Tutte cose che riguardano in buona parte la più triste delle scienze: l’economia.

Ma questo lo sapete.

Adesso che l’indignazione e l’attenzione si è tutta spostata dalla noiosa finanza internazionale alle adrenaliniche frange violente e dinamiche, mi viene voglia di far finta di interloquire con costoro. Scrivo per togliermi qualche sassolino nella scarpa e  continuare ad essere indignato per chi pare a me e non a voi.

Su un piano esistenziale mi astengo dal giudicarvi, come mi astengo dal giudicare chiunque, perché ritengo giudicare gli altri  una delle trappole più subdole e velenose della mente. Per manutenzione di me stesso cerco di non giudicare nessuno; valutare e giudicare sono cose parecchio differenti… (qualche intromissione nella filosofia orientale dato il nome del blog me la concedo).

No. Piuttosto voglio scrivere osservazioni che mi riguardano intimamente; cose individuali.

La prima è una riflessione a caldo; avuta mentre le volanti della polizia sfrecciavano pericolosamente a tutta velocità attraverso il  corteo accompagnate da lancio di pietre che rimbalzando rischiavano di accoppare chiunque… ed è questa: io non mi sono iscritto a cotale gioco e mi disgusta che qualcuno si sia adoperato, di fatto, per iscrivermi.

Trovo il vostro atteggiamento, prima che violento, AUTORITARIO, e non riesco a concepire l’autoritarismo dal basso migliore dell’autoritarismo dall’alto.

Io non sono uscito di casa pensando che fronteggiare le forze dell’ordine in qualche via di Roma costituisse un ostacolo ai seguaci di Milton Friedman o fosse in grado di inceppare le macchinazioni della finanza e della politica. Né l’organizzazione, né la piattaforma prevedevano questo, e mi sembra di avere agito con coerenza dunque.

Liberi di pensarla diversamente su tutto, ma non riesco proprio a capire perché le vostre “ragioni” si dovessero trovare mescolate alle mie come a quelle di alcune centinaia di migliaia di altre persone.

Oltre che un’incompatibilità d’intenti, c’era e c’è un’incompatibilità pratica e d’azione. Esprimo quindi il mio disappunto per essere usato come scudo umano nella strategia militare di chiunque.

La seconda è questa. Nei due giorni successivi mi sono dato la pena di ascoltare qualche telegiornale, cosa che di solito evito per amor proprio, e devo dire che siete stati proprio bravi a rubare la scena a tutti. Disprezzerete il capitalismo, ma lo spettacolo no di sicuro. In due giorni si è sentito ripetere fino alla nausea “black block” e “anarco-insurrezionalismo” e nemmeno una volta ho sentito nominare il fondo monetario internazionale. Siete un brand affermato adesso, e il fumo nero di piazza San Giovanni è servito ad oscurare la totalità delle motivazioni della protesta.

Puntuali le proposte per la reintroduzione di leggi antiterrorismo in Italia (quelle antimafia richiedono ben altri sacrifici che una camionetta data alle fiamme e vetrine rotte).

Puntuale, e inevitabile, la divisione fra buoni e cattivi e puntuale, ma originale, il passaggio di un personaggio come Mario Draghi  da potenziale oggetto della contestazione al ruolo di “ascoltatore attento” delle ragioni della protesta, chiaramente quelle dei pacifici. Già perché nell’immaginario collettivo si sono ricreate, e possono essere sfruttate, le solite divisioni tutte novecentesche per cui i violenti stanno chiedendo più dei pacifici.

Voi rivoluzionari e noi riformisti. Eccoci.

Sarà ancora più difficile far capire in questo paese che scendere in piazza senza sassi e passamontagna non significa avere richieste moderate. Non c’è niente di moderato quando si tocca il denaro.

Se volevate far passare agli occhi dell’opinione pubblica, per dir così, chi è sceso in piazza senza cercare nessuno scontro come un ingenuo boy scout e voi come idealisti violenti, sexy e intransigenti ci siete riusciti. Complimenti. La prossima volta cerchiamo di essere in luoghi differenti magari.

Gianni Casalini

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L’importanza del crocifisso nelle aule scolastiche

Ho letto da qualche parte:
 
Jake, il figlio di Goldberg, si rifiutava di prendere la scuola seriamente; non faceva mai i compiti e passava il tempo a giocare.
Il preside suggerì di mandarlo alla Yeshiva, cosa che Goldberg fece; ma, nell’arco di alcune settimane, il figlio fu espulso.
I Goldberg sapevano che la scuola parrocchiale cattolica era molto severa, per cui decisero di spedirci il figlio. Lo iscrissero alla scuola per ragazzi "Il preziosissimo sangue di Cristo" e lo ammonirono: "Segui diligentemente le lezioni, fai i compiti e sii rispettoso. Questa è la tua ultima opportunità, se verrai espulso ti manderemo al riformatorio!".
Al termine della prima settimana, Jake tornò a casa con voti ottimi: miracolosamente, sembrava essersi convertito in uno studente modello, serio e coscienzioso.
"Come mai sei cambiato così all’improvviso?" chiese il padre incuriosito.
"Be’", fu la risposta, "quando ho visto quell’uomo inchiodato alla croce, appeso in ogni stanza, mi sono detto che era meglio se mi davo una regolata!".
 
 
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Disgusto

Da quando anche la rabbia non è più vera
e vince soltanto chi è più falso,
come è più facile provare pena
che compassione.

Gianni

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Il pallone e la luna piena


Quattro uomini e una donna sono seduti intorno ad un tavolo in una sera d’estate. Si trovano in un parco di una città italiana di provincia. Davanti a loro una luna piena e luminosa è ormai alta all’orizzonte.
Gli alberi, i cespugli, il piccolo lago e tutte le cose vicine e lontane sono rischiarate dal chiarore argenteo della luna. Non lontano dai cinque commensali, sul prato, dei bambini stanno giocando a palla. Non è una vera e propria partita, ma un chiassoso rincorrersi scartarsi e dibblare senza uno scopo preciso a parte il divertirsi e dar prova di bravura.
Ci sono altri tavoli e altre persone che stanno parlando fra loro intorno ai nostri cinque.
A poche decine di metri c’è un chiosco in cui si servono cibi e bevande e da cui arriva una musica di sottofondo.
Il primo uomo si sente contento perché sta bevendo dell’ottimo vino che va giù che è una meraviglia e più va giù più si sente allegro e di buon umore. Inoltre è rimasto piacevolmente sorpreso dal fatto che il vino è di qualità e costa davvero poco e non vede l’ora di finire quello che ha davanti per prenderne ancora.
Il secondo uomo sta parlando dei massimi sistemi e di come lui abbia chiaro in testa il metodo che permetterebbe di salvare il mondo, se solo avesse un seguito numeroso oppure una posizione adeguata nella gerarchia del potere mondiale.
Si sente veramente lucido e chiaro, è in gran forma ed è convinto che gli altri lo stiano ascoltando con rapito interesse. In effetti è l’unico che sta parlando a quel tavolo.
Il terzo uomo sta guardando il bel fondoschiena di una ragazza che è seduta ad un altro tavolo pochi metri da loro e che spesso si alza per giocare con il proprio cane. E’ completamente rapito da quelle rotondità che periodicamente e generosamente si mostrano davanti a lui in tutta la loro magnificenza nel gesto di chinarsi a raccogliere il bastone da lanciare al cane.
Il quarto uomo è convinto che gli altri commensali siano solo degli ingenui e di poterli usare per i propri scopi. E’ assolutamente convinto di avere delle intenzioni al sicuro dagli sguardi degli altri e di poterle giocare al momento opportuno, quando gli si presenterà l’occasione; come ha già fatto in passato e come cercherà di fare in futuro. Si sente completamente appagato dalla padronanza delle sue potenziali oscure trame.
La donna si chiede cosa sta facendo a quel tavolo. Non è che vorrebbe essere da nessuna altra parte in particolare però non trova piacere nel vino e ogni sorso che manda giù le lascia un senso di sottile tristezza, al punto che il suo bicchiere è fermò a metà da ormai molto tempo.
Ascolta con una certa pena il secondo uomo, e trova che niente di quello che sta dicendo sia in nessun modo significativo.
Ha notato che il terzo uomo sta guardando il didietro della ragazza davanti a lui e per un attimo ha avuto anche un sentimento d’invidia che però si è subito riassorbito perché non è certo dal terzo uomo che lei vorrebbe farsi guardare e perché dopo aver notato il sedere della ragazza le ha anche osservato bene il volto e vi ha scorto qualcosa di talmente brutto e falso che se il terzo uomo avesse successo e potesse realizzare le sue fantasie maledirebbe ben presto il proprio successo.
Sa bene che il quarto uomo è una persona scivolosa e si trova lì solo per il proprio tornaconto personale ed è l’unico a fargli veramente pena perché almeno gli altri sono rapiti da qualche piacere. Lui è solo compiaciuto della propria miseria e non ha altro in mente.
Si può dire che si sta annoiando e inizia a perdersi nei propri pensieri annotando un lento scivolare in una sensazione malinconica.
Ad un certo punto il cane della ragazza dal culetto grazioso abbaia in maniera talmente strana da attirare l’attenzione di tutti e cinque.
Davanti a loro non ci sono più i ragazzi che giocano, ma la palla ferma sul prato e la figura di un uomo di spalle, molto robusto e atletico che sembra prepararsi a tirare un rigore.
Prende la rincorsa e colpisce il pallone con un calcio incredibilmente potente e preciso.
Il pallone prende il volo, si alza in cielo e diventa sempre più piccolo fino a scomparire allo sguardo dirigendosi in direzione del luminoso disco lunare.
Il calciatore si dirige velocemente verso l’uscita del parco senza voltarsi.
I quattro uomini vengono presi prima da una sensazione di invidia poi di stupore. La donna registra volentieri un piacevole prurito nelle parti intime che però sfuma ben presto in stupore e perplessità.
I cinque si guardano in faccia e non sanno cosa dire.
Il terzo uomo rispolvera la brillante oratoria che l’aveva contraddistinto fino ad allora e rompe il silenzio:
-Una cosa è evidente, finora eravamo sicuri di essere svegli tutti e cinque, ma adesso si pone un problema, quello che abbiamo visto… che probabilità ha di essere reale?-
-Vuoi dire forse che stiamo dormendo e sognando?- Dice il primo uomo dopo aver tirato giù l’ultimo sorso di vino rimasto nel bicchiere.
-Voglio dire che il fatto che abbiamo appena visto non è… normale-
Il terzo uomo allora aggiunge. -E se stiamo sognando, chi di noi sta sognando?-
Silenzio.
Riprende il primo uomo, già un po’ brillo, e dice: – In fondo quello che abbiamo visto non è poi così incredibile e non starei a soffermarmi tanto su una pallonata in aria.-
-Giusto, lo riprende il secondo uomo, si sarà trattato di un effetto ottico, magari la luna piena e l’atmosfera… Ce ne sono tanti di questi effetti e magari noi abbiamo preso lucciole per lanterne.-
Poi rivolgendosi al terzo uomo lo interroga: -Te cosa dici?-
Il terzo uomo che ha già la mente assorbita dal culetto che si agita di nuovo davanti a lui tira corto: -Questo è un posto frequentato da gente strana. Qualcuno potrebbe averci fatto uno scherzo e messo qualche droga nel vino. Abbiamo visto un normale calcio al pallone e ci siamo suggestionati a vicenda. Il pallone sarà sicuramente finito nei cespugli là davanti. Io ho la sensazione di essere completamente sveglio e mi sembra anche voi… giusto?-
Gli altri annuiscono ad eccezione della donna che si mostra assorta.
-Tre su tre, tu cosa dici?- rivolgendosi al quarto uomo.
-Sì, mi sembra una spiegazione ragionevole la tua, ma anche la sua, anzi una non esclude l’altra e poi… io quando giocavo a calcio.. non dico di essere stato proprio in grado di alzare il pallone a questo modo, ma quasi…-
Mostrando un aria compiaciuta aggiunge: -Quattro su quattro. Te cosa dici?- rivolgendosi alla donna.
La donna fa passare un momento prima di parlare e poi sorridendo dice: – No, io credo che quello che abbiamo visto non può essere né reale, né concreto. Quale è il risultato adesso?

Gianni C. 

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Giusto un altro post

Giusto un altro post per dire che esistono due tipi di persone nel mondo.
Quelli come me, e come voi probabilmente, che fanno sempre le cose un po’ a cazzo di cane, che non gli combacia sempre tutto, come succede nel mondo reale, ma ci provano lo stesso e cercano di imparare; ascoltano gli altri e cercano di andare avanti, e quelli che invece le cose le fanno sempre perfette per due motivi: o perché non le fanno proprio o perché le fanno solo per i cazzi strettamente loro, che se non le facessero sarebbe pure meglio. Una cosa non esclude l’altra.
Di solito questi ultimi percepiscono uno stipendio dallo Stato o dallo stato delle cose.

Gianni

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Il regno degli dei gelosi

 
"Quando
siamo attratti dalla debole luce rossa, finiamo per rinascere nel
regno degli dèi gelosi, noti anche come semidèi o
asura. Nell’iconografia
buddhista tradizionale, il regno degli dèi gelosi viene
situato immediatamente al di sotto del regno degli dèi. Benché
si tratti di un regno superiore caratterizzato da molte condizioni
positive, chi vi dimora gode di un senso di prosperità,
piacere e potere inferiore rispetto al regno degli dèi.
L’emozione dominante in questo regno è la gelosia, un’emozione
strettamente legata all’invidia e caratterizzata da un senso di
paranoia e competizione. In sé la gelosia può sembrarci
relativamente innocente, ma in realtà si tratta di un’emozione
di natura distruttiva.
La
sofferenza di questo regno di esistenza viene tradizionalmente
simboleggiata dall’immagine di un bellissimo albero dei desideri
piantato dagli dèi gelosi al centro del loro mondo. Gli dèi
gelosi hanno lavorato con grande diligenza, prendendosi cura
dell’albero che ormai è cresciuto così in alto da
arrivare al regno degli dèi. Il risultato è che ora
agli dèi basta allungare una mano per cogliere e gustare i
suoi frutti squisiti, mentre gli dèi gelosi devono continuare
a lavorare per prendersene cura. Gli dèi gelosi sono dunque
continuamente in guerra contro gli abitanti del regno degli dèi
sopra di loro, rivendicando il possesso dell’albero e di tutti i
frutti. La contesa non ha mai fine e si rivela sempre disastrosa per
gli dèi gelosi, i quali non cessano mai di provare invidia per
la maggiore ricchezza e la felicità degli dèi."


Dzogchen
Ponlop Rinpoche; La mente oltre la morte.

***

Disegno di Marco Falchi:

http://falchimarco.carbonmade.com/
http://suite100gallery.com/profile/maccu
http://www.bluecanvas.com/falchimarco/
http://anothermaccu.deviantart.com/
http://marcofalchi.blogspot.com/ 

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Il berlusconismo spiegato ai giovani

 

 (Della serie: Belle Epoche)

"Esiste, credo, un terzo gruppo di procedure che consentono il controllo dei discorsi. Non si tratta questa volta di padroneggiare i poteri ch’essi portano con sé, da di scongiurare gli accidenti della loro apparizione; si tratta di determinare le condizioni della loro messa in opera, di imporre agli individui che li tengono un certo numero di regole, e di non permettere così a tutti di accedervi. Rarefazione, questa volta, dei soggetti parlanti; nessuno entrerà nell’ordine del discorso se non soddisfa a certe esigenze o se non è, d’acchito, qualificato per farlo. Più precisamente: tutte le regioni del discorso non sono egualmente aperte e penetrabili; alcune sono saldamente difese (differenziate e differenzianti), mentre altre sembrano quasi aperte ai quattro venti e poste, senza preliminare restrizione, a disposizione di ogni soggetto parlante."

Michel Foucault -L’ordine del discorso-, 2 dicembre 1970

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Toscana Addio -Testo-

Toscana Addio (2006) è un omaggio a Remo Remotti e Allen Ginsberg. Tutto risciacquato adeguatamente in acqua d’Arno. La prima versione registrata la trovate qui.

 Prossimamente metterò on-line la versione eseguita con gli Zio Vania @ Quaranthana, il 26 febbraio 2010, che credo essere nettamente superiore a quella registrata su base elettronica…

Intanto potete vedere le foto della serata.

Non c’è una versione definitiva del testo, si tratta di un testo contenitore e puo’ capitare che ne modifichi parti intere a seconda dell’occasione o dell’umore. Questo è il testo, in formato pdf, della prima versione registrata, sia in versione "leggibile", che in versione stampabile.

Vuole essere un invito per corpi e menti allo sconfinamento . Il
messaggio è sempre lo stesso: -Allargate l’area della
coscienza!-

Gianni Casalini

(Toscana Addio. Testo e disegni: Gianni Casalini. Un ringraziamento
speciale ad Alessandro Ugolini per la pazienza e la competenza tecnica.) 

toscana_addio.pdf

toscana_addio_versione_stampa.pdf

Materiale su youtube della serata:

:::Intro e caplypso blues:::

:::Goletta Flight:::

:::Toscana addio parte 1:::



:::Toscana addio parte 2:::

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Prima di Genova -2-

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta…

-La domenica delle salme.-
Fabrizio De Andre


[continua da: Prima di Genova -1-]

Prima di Genova due grosse aree della società si trovavano a condividere gli stessi spazi e gli stessi tempi, a mangiare negli stessi luoghi, ad ascoltare la stessa musica, a leggere gli stessi libri e discuterne.
Queste aree non erano nette e definite, ma si potevano  comunque identificare ed erano l’area creativa e l’area politica.
Questo non succedeva da molto tempo.

L’area creativa era quella più giovane ed era figlia del riflusso edonistico degli anni ’80.
Per tutti gli anni ’80 e per buona parte degli anni ’90 sembrava che la contestazione politica, sociale o anche estetica, fosse stata definitivamente sconfitta dal super pompato edonismo dilagante.
Buona parte dell’edonismo reganiano, che aveva fornito una sponda "anti-ideale" per i giovani, mostrava i propri limiti e la vera natura di surrogato e di paccottaglia messa insieme da astuti strateghi dell’immagine e integralisti cristiani già da metà degli anni ’90; e non si parla di avanguardie culturali, ma della società nei suoi grandi numeri.

Una vita conforme all’estetica ufficiale appariva -patetica- anche a persone tutto sommato "normali" per stili di vita e abitudini, e quando un’estetica va in crisi si aprono vie di fuga creative in ogni direzione.
Il trend non era più dalla loro parte; dalla pubblicità, alla televisione fino alle major discografiche tutti andavano ormai a pescare nella controcultura: l’immaginario "ufficiale" si era rivelato una bolla speculativa estetica e aveva fatto la stessa fine del muro di Berlino.
L’edonismo reganiano e le sue "evoluzioni" non fornivano più una gestalt minimamente accettabile una volta tolto l’innesco della guerra fredda.

L’area creativa era costituita da quei "bravi ragazzi" che avevano studiato da bravi ragazzi, si erano fatti un percorso -bello tondo e ragionevole-, ma si erano anche rotti i coglioni e riprendevano, in qualche modo, un filo che si era interrotto con la parte più fantasiosa e marginale degli anni ’70. Talvolta si trattava di una continuità solo estetica o di una rielaborazione dei gusti. Ciò avveniva comunque in forma di ispirazione e non di riverenza.

Nei centri della politica erano presenti soggetti in cerca di rivalsa rispetto ai precedenti movimenti, soprattutto degli anni ’70, e spesso si portavano dietro dei rancori "vintage". C’erano anche coloro che gli anni dei movimenti li avevano annusati, ma erano troppo giovani per viverne la sostanza se non di striscio. La cultura che girava allora  nei centri della politica propriamente detta era già ampiamente superata da vasti strati della popolazione e, in buona parte, anche dai soggetti che si rifacevano a quella cultura. Se ciò può sembrare schizofrenico è esatto.

L’area creativa, per contro, credeva che una volta scoperto che Milano da bere era una panzana e -Drive In- una cazzata, sarebbe stato facile ed anche divertente rovesciare -il sistema-. Qualsiasi cosa si intendesse con questa parola.

L’area politica si scazzava per motivi strettamente politici, ma riteneva utile che ci fosse una massa di idealisti energici e variopinti da guidare contro i veri centri del potere.
Nei luoghi della politica era uno scazzo per "prendere la testa del corteo", ma c’erano anche molti e molte che non si accontentavano di essere il post di qualcosa e il pre di qualcos’altro e sperimentavano nuovi percorsi.

Quindi niente di nuovo?
Tutti pensano di essere superiori a tutti e la piazza che fa da contenitore per tante solitudini  non comunicanti?
Niente affatto, c’era una tensione positiva e se non mancavano i super strateghi che consideravano gli altri un groviglio di confusionari-idealisti lontani dalla scienza e dal verbo rivoluzionario, come non mancavano gli "yuppi-du" che riposti nell’armadio i panni da figlio di papà si atteggiavano a salvatori del mondo, la realtà era fatta prima di tutto di persone che vivevano esperienze trasversali, e la piazza era un contenitore secondario rispetto a quello che stava succedendo nella società.

In Italia c’erano delle specificità.
La prima demografica: le generazioni più numerose (il picco di nascite è del 1971) avevano allora circa 30 anni.
Le ragazze diventavano  protagoniste, in modo naturale e non mediatico.
Poi: i movimenti pacifisti, antinucleari ed ecologisti erano pure cresciuti dagli anni ’80 in poi ed era cresciuta anche un’area cattolica del dissenso.
Insomma tutti quelli che erano -marginalità-  erano andati avanti.
I centri sociali erano una realtà tanto diffusa quanto conflittuale e autoconflittuale che, se pur timidamente si apriva all’esterno.

C’era stata tangentopoli. Tutto un vecchio sistema di potere clientelare era imploso e ancora non se ne era stabilizzato uno nuovo. Questo aveva creato degli spazi liberi per l’espressione fino ad allora mai visti e da allora mai più visti in questo paese. Trasmissioni di satira in prima serata e non si parla di pupazzoni e risate registrate, ma di cibo per l’intelligenza…

Le reti informatiche globali non erano più un’ipotesi della fantascienza, ma una realtà che riguardava aree sempre più vaste del pianeta e si prevedeva non si sarebbe fermata. La realtà di una rete neurale mondiale e lo sviluppo dei processi di condivisione costituivano una novità assoluta piena di aspettative e di prospettive utopico-rivoluzionarie. Forse non del tutto mandate in cantina a tutt’oggi…

La frase che potrebbe riassumere quel periodo (e che in qualche modo coincide con il famoso slogan -Un mondo diverso è possibile-) era: non c’è nessun motivo logico per non cambiare la società. Questa idea era piacevolmente diffusa -soprattutto fra i giovani-, come dicono i giornalisti.

Ho parlato di due aree. Forse sarebbe stato meglio dire che c’era un area della contestazione e due canali.
Un canale strettamente politico e uno estetico-creativo. Dico canali perché erano il tramite, il canale, tra l’area della contestazione e il resto della società (allora c’era ancora qualcosa che si poteva chiamare società).
In generale si può dire che questi due "atteggiamenti" corrispondono a due diversi tipi di mente. La mente politica che -divide-, cerca la divisione, la tensione, il nemico, il diverso e ricompatta le fila dei propri ranghi e la mente creativa che -unisce-, cerca di creare mondi, ma anche generalizza, considera tutti appartenenti ad un grande progetto tende a rimuovere il conflitto.
Anche questa divisione non contiene la realtà, la rende categorica, ma può essere utile. Quantomeno la "indica".

 Per come la vedo io, ciò che succede quando i momenti storici si svuotano di terrore e si intravede un po’ di sole all’orizzonte è proprio la caduta delle rigidità schematiche nella mente degli uomini, rigidità che sono il cuscino comodo del potere. Qualsiasi potere.
Nei momenti storici in cui il presente è il tempo di costruzione del futuro e non solo la reminiscenza del passato, ciò che era rigido diventa sfumato, ciò che era pesante diventa leggero e le contaminazioni diventano protagoniste e portatrici di armonie. Il presente diventa un tempo realmente abitabile.
Questo succedeva prima di Genova 2001, il presente tornava ad essere un tempo realmente abitabile.

Questa è stata l’ultima -epifania- concessa ad una generazione cresciuta nel tempo storico occidentale.
Genova era una mattanza annunciata. Organizzata, voluta ma soprattutto annunciata. Dopo Genova c’era chi parlava di -inizio- in realtà Genova ha significato la -fine- del secolo precedente, del millennio precedente.
Da settembre 2001 questo cambio di marcia sarà chiaro.

Da allora il canale-creativo e il canale-politico continueranno ad essere -creativo- e -politico-, ma cesseranno il loro ruolo di -canale- con una società sempre più pressata, insicura, dispersa, instabile, precaria; la società del terrore. Ognuno riprenderà i propri linguaggi e guarderà con diffidenza l’altro.
La televisione assumerà in modo assoluto il ruolo educativo togliendolo del tutto a scuola e famiglia e omologando i comportamenti giovanili in un polpettone vitaminico di isteria/rassegnazione, evitando così eventuali "brutte" sorprese in futuro.

La salma, l’unica per solo caso, avrebbe mosso tutti i sensi di colpa e il desiderio di accusa di coloro che si trovavano sulla scena o che avevano qualcosa a che vedere con la scena. Era la cifra simbolica di una sconfitta, della perdita della giovinezza; che è la sconfitta per eccellenza.
Il potere mostrava di saper gestire l’universo simbolico e la percezione dei fatti in modo nettamente superiore al passato.
-L’hai ucciso tu!- pronunciato sulla scena dell’omicidio da un poliziotto rimane una delle frasi più precise e drammaticamente evocative che siano mai state pronunciate in un conflitto.

Si sperimentava anche un evento nuovo. Il falso in diretta. L’evento più ripreso, filmato e videotrasmesso nella storia d’Italia veniva falsificato in tempo reale; l’evento stesso forniva il materiale che sarebbe servito per raccontare la sua versione contraffatta.
La gestione del falso. Ciò che ancora oggi la massa dei telespettatori pensa sia accaduto in rapporto ai fatti, alle immagini trasmesse e al montaggio proposto rappresenterebbe una sorpresa se indagato adeguatamente.

La verità sui fatti sarebbe emersa, ma in un tempo sufficientemente lungo da non permettere la giustizia, secondo una pratica consolidata e ormai standardizzata, per cui si può appartenere ad un sistema che accetta e ignora i diritti umani: come un salmone che sta nell’acqua ma ne salta fuori a proprio piacimento.

Non mi dilungo oltre. Non volevo dire molto di più e anche se qualcosa, come sempre, mi sono dimenticato, il succo del discorso credo di averlo espresso.
Non ho parlato di politica, né di contrasti fra correnti, fra istituzionali e non, fra rappresentati e non rappresentati e così via perché non mi interessava. Altri lo hanno fatto e sono in grado di farlo meglio di me. Come non ho parlato di argomenti importanti, e ancora attuali, come il vecchio e il nuovo ordine mondiale, la sovranità alimentare, il debito, le rendite finanziarie, la precarietà sociale ecc. semplicemente perché volevo solo fare un volo su quegli anni e mantenermi nella zona né "oggettiva", né "soggettiva", a quell’altitudine che permette di scattare delle foto aeree che qualcuno, spero, potrà trovare suggestive.

Il mio saluto a chi ha seguito il filo del discorso fino a qui.

Gianni C.

 ~*~
Carlo Giuliani, 1978-2001
Carlo Giuliani (1978-2001) 
~*~
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Prima di Genova -1-

Ci sono tanti resoconti storici e dossier sui "giorni di Genova".
Si può dire che in quei giorni si faceva la storia in diretta, davanti le telecamere; questa sensazione elettrizzava tutti.
Secondo me quello che manca, ancora, per quanto riguarda Genova 2001, è un documentario che metta a confronto la realtà percepita tramite il montaggio dei media e quella ricostruita, ormai per intero, fase per fase, momento per momento.
Almeno credo che non ci sia.
 
Non parlerò di Genova, ma del periodo precedente.
Metto giù poche righe per fornire un punto di vista in più che i giovani, quelli per cui Genova è preistoria, possono utilizzare per farsi un’opinione. Nient’altro.

Prima di Genova c’era una generazione che aveva visto il crollo del blocco sovietico.
Può sembrare di parlare di Napoleone o delle guerre puniche, ma non moltissimo tempo fa il mondo era diviso, almeno geo-politicamente, in due blocchi, uno occidentale capitalista che si reggeva sull’ideologia liberale e uno orientale che si reggeva su un’ideologia stalinista. Poi c’erano alcune variazioni sul tema, ma in generale si può dire che fino al crollo del muro di Berlino il mondo è bipolare e la mente umana altrettanto, con seguito di eresie e ortodossie.

Teniamo presente che questo dualismo ha tenuto tutti occupati per mezzo secolo. Il cavallo di battaglia da entrambe le parti era un vasto arsenale nucleare sufficiente a distruggere il pianeta un numero imprecisato di volte. Arsenale che è sempre all’incirca lì ma è scomparso dalla percezione e dall’attualità.

Fra i pochi a dubitare del fatto che il mondo fosse "realmente" diviso in due blocchi c’era una corrente "artistico-rivoluzionaria" chiamata: situazionismo.
I situazionisti parlavano infatti di due forme diverse di -Spettacolo-, intendendo con questo termine non un’insieme di immagini, ma "un rapporto sociale mediato da immagini". Sostenevano che lo spettacolo occidentale era uno -spettacolo diffuso- e quello stalinista uno -spettacolo concentrato-.
Avevano anche previsto la fusione di questi due tipi di spettacolo in uno -Spettacolo Integrato-, che sarebbe quello che stiamo vivendo adesso.
I testi di questi autori sono liberamente consultabili perché rifiutavano ideologicamente la proprietà intellettuale e ognuno può  valutare per proprio conto il discorso.

Momentanea ristrutturazione del terrore.

Quello che interessa a me è solo far notare che non tutti erano pienamente convinti che la "realtà" fosse quella che i dati materiali grezzi sembravano esporre senza appello.
Sta di fatto che nel 1989 con il crollo del muro di Berlino venne sancito ciò che tutti sapevano: l’economia dei paesi dell’est era un fallimento totale. Quindi si parlava del fatto che sarebbero stati -inglobati- nel capitalismo. I situazionisti parlavano invece di fusione. Questo è singolare.
Una visione centrata sull’immateriale sposta l’asse di molte prospettive e apre diversi paradigmi a quanto pare.

Comunque l’equilibrio uscito dalla seconda guerra mondiale non era più nemmeno -rappresentabile-.
Venivamo da una situazione dove ci toccava una testata nucleare a testa e… la paura mangia l’anima, come dicono gli arabi.
La propaganda della guerra fredda era costituita da forme speculari della stessa retorica, mentre la propaganda del post-guerra fredda era unitaria: una cascata di fiori sulle magnifiche sorti progressive del pianeta ormai liberato da ogni terrore.
Risuonavano ad est come ad ovest le trombe della gioia.
Pur fradicio di ingenuità era un momento esaltante.

Quello che sfuggiva a molti era che a finire era soprattutto la dimensione euro-centrica del capitalismo uscita dalla guerra mondiale.
L’equilibrio che aveva visto: l’espansione economica dell’ovest, il congelamento dell’est e il giogo del nord sul sud, cambiava pelle.

Quindi nella visione ingenua i buoni avevano vinto senza combattere e i cattivi, -che poi così cattivi non son mai-, si erano arresi. Nella visione un po’ meno ingenua il capitalismo si globalizzava. Non è che non l’avesse capito nessuno, anzi.
A me interessa la visione ingenua delle cose. Nella visione ingenua il blocco comunista si era fermato come un’automobile che finisce la benzina. La corsa era finita.
La corsa era costata moltissimo in termini economici, era costata quanto una guerra mondiale "calda" e il prezzo, manco a dirlo, era stato fatto pagare -soprattutto- al sud del mondo in termini di risorse, ma anche al nord in termini di debito (da affrontare in comode rate).
Anzi ciò che univa il nord e il sud era il debito. Cosa che sarebbe apparsa chiara in seguito.

Il terrore fino ad allora era quello di una guerra termonucleare totale, e ci univa tutti in ogni angolo del pianeta.
E’ un po’ come quando fuori nevica e ci sentiamo tutti partecipi dello stesso tipo di esperienza.
Anche se questa sensazione, ad onor del vero, riguardava sopratutto noi occidentali; i russi nell’immediato erano più terrorizzati dalle numerose polizie segrete e gli altri magari avevano fame, miseria e malattie, e noi… avevamo paura della bomba atomica.
Il mondo si riempiva comunque di testate nucleari e si è vissuto mezzo secolo nel terrore. In un terrore equilibrato, scosso "solo" da conflitti periferici. Non si era mai provato un sistema così funzionale. Il terrore; non la guerra reale ma la sua ipotesi, incombente, statica, agghiacciante, permanente, terribile.
Se non si fa mente locale su questo non si capisce la facilità con cui a seguito dell’attentato alle torri gemelle dell’11/09/2001  negli USA è potuta passare con una semplicità disarmante una politica di aggressione militare mondiale, una serie di restrizioni delle libertà e ogni sorta di idiozia.

Noi, allora, eravamo fortunati assistevamo alla fine dell’equilibrio del terrore. Il terrore sembrava finito, l’impero del male si era consumato da solo!
Il periodo che va dal 1989 al 2001 è un periodo senza terrore. Di sicuro con molte incazzature, ma senza terrore.
La mente allentava la sua visione bipolare/dualistica. Questa era l’aria che si respirava in quegli anni.
Genova 2001 è frutto di quel periodo senza terrore.

L’occidente che ha paura delle moschee e l’islam del sultanato mondiale a luglio 2001 ancora non esistevano.  A novembre 2001  finirà il decennio senza terrore.

[continua]

 
Gianni Casalini 
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Man Ray, Venere restaurata, 1936-1971, “assemblage”, calco in gesso e spago, 10 esemplari, 71 x 40, Milano, Collezione Schwarz

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