Del voto

sutradeloto.noblogs.org

C’è qualcosa nell’utilizzo degli strumenti della rete che ci spinge sempre più ad esprimere giudizi sul gradimento di immagini e frasi ad effetto che ci passano davanti in un flusso continuo. Viene meno l’esercizio di esplicitare il senso per cui una cosa ci piace oppure no. Ci si appiattisce nel giudizio del consumatore che ha come possibilità di esprimersi solo attraverso l’acquisto e il non acquisto. Vale/non vale. Pago/non pago.
Così la trappola del mi piace/non mi piace è presa come modello esaustivo della realtà, soprattutto a causa della velocità con cui un nostro gesto, un click, entra in “sistema” e genera feedback, dentro un gruppo più o meno pre-scelto.

Il discorso dei social network merita delle note a parte. Intanto mi sento di affermare che dovrebbero essere inseriti dei nuovi tasti per migliorarne la funzione: intanto il tasto “Lo so già, evita di ripetermelo, per l’ennesima volta. Grazie”, oppure il tasto “In un certo senso mi piace” a cui dovrebbe seguire la spiegazione del senso in cui mi piace o non mi piace.

Ad esempio mi è stata postata su fb una citazione su cui sono d’accordo solo se spiego il senso per cui lo sono. Si tratta di una frase di Mark Twain che dice: se votare facesse qualche differenza non ce lo farebbero fare. Frase stupenda e penso sia veramente attribuibile a Twain, anche se non sono riuscito da una breve ricerca a sincerarmi dell’autenticità.
Sono d’accordo con Twain, ma non posso esprimere il giudizio con il pulsante “mi piace” perché questo implicherebbe che io stia dicendo che –non votare fa qualche differenza-. Cosa su cui sono in disaccordo.
Se votare non serve, anche non votare non serve. Direi piuttosto che votare non serve a ciò per cui dovrebbe servire. Il che non è poco, ma non è tutto.
Appurato che il disincanto rispetto al voto e alla democrazia delegata è legittimo, non vedo alcun motivo per ribaltarlo nell’incanto per il contrario. Cioè per il feticismo del non voto.

Su questo meccanismo dell’azionare la leva del disincanto per produrre degli svuotamenti istituzionali, il sistema di dominio ha agito a più riprese. Talvolta è servito allontanare le masse dalla macchina elettorale e talvolta, invece, è servito mandare le masse a votare per sommergere col suffragio decisioni già prese. IMHO: Non esiste una scelta strategica fra il voto e non voto presa a priori dal sistema di dominio.

Se votare non serve e anche non votare non serve ci troviamo nelle condizioni simili a quelle di un koan zen: una di quelle domande che il maestro pone all’allievo nel buddismo zen e che non ammettono alcuna risposta logica.
Questo, al pari dell’allievo zen, dovrebbe spingerci al superamento dello schema di riferimento entro cui la domanda è posta.

Per me vale la metafora dell’autobus.
Prendiamo una comunità umana e paragoniamola ad un gruppo di persone che devono prendere un autobus per fare un viaggio. Ognuno avrà un suo interesse opportunistico nello scegliere una meta e una direzione rispetto ad un’altra. Così come le fermate e le tappe intermedie.
Poniamo che tramite una discussione sugli obbiettivi del viaggio tutti i viaggiatori, o quasi, riescano a decidere dove l’autobus deve andare. Poniamo poi che tutti i viaggiatori o quasi riescono a decidere chi è il conducente che guiderà l’autobus (il tempo necessario a raggiungere la destinazione); in quanto occorrono delle capacità nel guidare un autobus che non tutti possiedono…
Se questi passeggeri nel decidere dove e come e con chi andare dal luogo dove si trovano ad un altro riescono a superare lo spirito di fazione e gli interessi particolari, ad esempio isolando chi mette le proprie variabili opportunistiche individuali al di sopra della dialettica, essi sono stati eccellenti nell’esercizio della democrazia.
Se il conducente al primo bivio dirige, con una qualsiasi scusa, l’autobus dalla parte opposta a quella decisa, i viaggiatori fanno bene a intimargli in malo modo di accostare, lasciare il posto di conducente e riprendere immediatamente il posto di passeggero.
Se c’è da fare il pieno ci si fruga in tasca tutti e così via…
Il problema è che chi decide la destinazione non è sull’autobus. Caso mai ci sono i suoi scagnozzi.

In altre parole, io sono convinto che la direzione e la destinazione siano decisi da una oligarchia e fatti accettare con metodi “democratici” e che il conducente non ha la minima intenzione di farsi disturbare dai passeggeri.

La situazione reale –sempre dentro la metafora- è la seguente: una volta deciso il conducente esso viene affiancato da un individuo molto ben vestito che gli fornisce una busta chiusa contenente direzione e destinazione esatte decise da altri, altrove.
Se non lo fa verrà sostituito o peggio.
In breve l’abilità principale degli aspiranti conducenti diventa quella di convincere i passeggeri che si tratta soltanto di una deviazione momentanea, inevitabile, causa di forza maggiore.
In un secondo tempo anche i passeggeri diventano bravi a desiderare di andare solo dove il conducente è tenuto a portarli.
Ora, che i passeggeri, mentre riescono a portare a nudo l’inganno, ad organizzarsi e attuare delle contromosse, scelgano un conducente che rispetti i limiti di velocità e si ferma continuamente alle soste piuttosto di uno che pigia come un pazzo sull’acceleratore mi parrebbe logico. Scusate il termine.
Poi c’è chi dice che prima l’autobus finirà in un burrone prima i passeggeri capiranno l’inganno. Mah, sarà. Mi sembra una posizione buona per chi è fuori dall’autobus. Io non me la posso permettere. Altra cosa è credere di cambiare le cose col voto. Questo, Dio mio, no!

Democrazia è una bella parola ed il potere non ha nessuna intenzione di sostituirla con un’altra. Anzi, dopo averla ridotta ad uno zombie ammaestrato stanno cercando di spalmarla ovunque una qualche forma di democrazia edulcorata. Quella adatta al post-colonialismo. Quella che siccome c’è già non c’è più bisogno che la chiedi. Quella per cui il mondo civile e moderato dietro una mascherona di politically correct, si presenta come un enorme: prega-prega, vota-vota, consuma-consuma.
La democrazia delle scelte già prese viene estesa su scala mondiale.

Quindi: io sono d’accordo con la frase di Mark Twain perché mi sa che è davvero di Mark Twain, o almeno di uno molto bravo a fargli il verso. Non con tutti i rifiuti del voto o dell’esercizio democratico delegato, in cui, ad esempio, Mussolini e altri sono stati degli eccellenti teorici e pratici ed a cui viene contrapposto nell’immediato solo l’esercizio di un potere dispotico, posso trovarmi a mio agio.
Visto che mentre cercavo di capire quanto fosse vera la frase Twain ho trovato altre citazioni sul voto ne riporto una per chiudere il post.

L’unica consolazione, di fronte a certi duelli elettorali fra due candidati, è che almeno uno dei due perderà.
Gesualdo Bufalino, Il malpensante, 1987

Gianni ::: 9 Settembre 2012 :::

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